Pubblico impiego e rincorsa salariale
02/07/1988

Ed ora tocca alla Sanità, mentre all’orizzonte si intravede un autunno, che rischia di rivelarsi molto caldo. Dopo la vertenza della scuola, se ne affaccia un'altra sul fronte del pubblico impie­go: quella dei medici, decisi a dare bat­taglia per ottenere un aumento dei loro stipendi superiore al 45 per cento.

I medici, però, non sono i soli a chie­dere aumenti. Il «coro» comprende mol­ta parte dei dipendenti pubblici: mini­steri, enti locali, parastato, aziende au­tonome, magistrati, Università, enti di ricerca. Un esercito di 3 milioni di lavo­ratori, le cui richieste retributive am­montano complessivamente ad oltre 30mila miliardi, un livello che rischia di far saltare sia il progetto governativo di contenimento del debito pubblico, sia l'impegno a non superare il tetto dei 14mila miliardi per i contratti degli sta­tali.

A scatenare la rincorsa salariale è stato il contratto della scuola che, par­tito con una previsione di spesa di 6-7mila miliardi in tre anni, alla fine verrà a costare, a quanto sembra, 10mi­la 770 miliardi o forse più (i sindacati stimano che «a regime» si raggiungerà addirittura la cifra di 16-17mila miliar­di). La giustificazione di questi aumenti sta nel fatto che le retribuzioni degli in­segnanti erano rimaste ferme da anni, provocando una progressiva perdita del loro potere d'acquisto. Il presidente del Consiglio De Mita, perciò, ha sottoline­ato più volte la doppia particolarità dell'eccezionalità dell'evento e della specificità del personale insegnante, ol­tre all'impegno di favorire una maggio­re qualità e produttività della scuola. Ma i benefici economici sono stati estesi anche ai bidelli e agli impiegati di segreteria (in quanto dipendenti anch’essi del ministero della P. I.), i cui stipendi sarebbe stato più logico equiparare a quelli degli uscieri e impiegati dei ministeri e degli altri enti pubblici.

Di qui la protesta e la rincorsa sala­riale (che alcuni ritengono solo corpo­rativa) sulla quale anche il governatore della Banca d'Italia, Ciampi, all'assem­blea dell'Abi ha espresso le sue preoccu­pazioni per le possibili conseguenze con un'accelerazione dell'inflazione. In realtà, esiste una sperequazione delle re­tribuzioni nel pubblico impiego e so­prattutto fra queste e il settore privato, come ha dimostrato anche il rapporto Carniti. Si spiega così la difficoltà dei sindacati confederali — in un momento di crisi della loro rappresentatività, che ha generato i Cobas — di rispondere al­l'invito del Governo a contenere le ri­chieste salariali.

Con quali argomenti Cgil, Cisl e Uil possono affrontare la ba­se? Il rischio è quello di perdere altri iscritti a favore degli autonomi. In que­sta situazione esiste anche una respon­sabilità: degli stessi sindacati, accusati di aver fatto in passato una politica egualitaristica, che ha portato all'ap­piattimento delle retribuzioni e a tra­scurare il criterio della professionalità.

Anche lo Stato non può affidarsi a semplici criteri di «egualità»: occorre valutare la specificità professionale, te­nendo conto della produttività e re­sponsabilità del lavoro. Così si spiega, al di là della semplice voglia di rincorsa salariale che pur esiste, il malessere del pubblico impiego, al quale non si può rimediare gonfiando ulteriormente l'in­debitamento dello Stato verso i privati (con emissioni a catena di Bot, Cct, Btp, ecc.); né ricorrere ad un inasprimento della pressione fiscale che, in pratica si tradurrebbero, a breve, in una nuova richiesta di aumenti e in una ripresa dell’inflazione. E’ invece possibile una riduzione del fiscal drag che erode in ma­niera ormai insopportabile le retribu­zioni della fascia medio-alta.

Sarebbe anche utile, come ha sugge­rito Michele Tito sul «Mondo», un «pia­no per il riordino delle cose dello Stato (cosa diversa dalla riforme istituzionali di cui si parla forse troppo); il riordino significa due cose: rendere i servizi ca­paci di efficienza e tracciare un confine netto tra i compiti, le prerogative e le responsabilità della pubblica ammini­strazione e il diritto-dovere di guida e indirizzo dei detentori del potere politico».

La riorganizzazione della pubblica amministrazione, verso l’efficienza dei servizi, passa, dunque, attraverso il criterio dell’aumento della produttività del settore (diminuita in Italia, mentre è cresciuta del 12% in Europa). Già ne­gli anni Venti, Francesco Saverio Nitti riteneva, dopo la sua esperienza di go­verno, che per ottenere lavoro in mag­giore quantità e di migliore qualità dai dipendenti statali, fosse necessario pa­garli di più, riducendo, però, il loro nu­mero. Invece, negli ultimi anni in Italia, come ha ricordato il ministro Cirino Pomicino, essi sono aumentati di 30mi­la unità l'anno, malgrado il blocco delle assunzioni.

E così i conti non tornano.

 La Gazzetta del Mezzogiorno – 1ª pagina – 2.7.1988 

Felice de Sanctis
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