Natuzzi, investimento nel futuro
Sfida industriale, parla il «re» del salotto
08/03/2015

FELICE DE SANCTIS

Un investimento nel futuro, si può sintetizzare così l’accordo per il rilancio qualitativo e produttivo degli stabilimenti Natuzzi in Italia, che prevede investimenti complessivi per 25 milioni di euro in marketing, ricerca, innovazione e adeguamento industriale. Con questa intesa il gruppo Natuzzi ridurrà gli esuberi strutturali da 1.506 (definiti a ottobre 2013) a 534. Il nuovo organico in Italia sarà, quindi, composto da 1.800 dipendenti (dagli attuali 2.334), per i quali (operai e impiegati) l’accordo prevede l’applicazione del Contratto di Solidarietà, per gli altri lavoratori ci sarà la cassa integrazione per poi essere gradualmente riassorbiti.
Parte proprio dai dipendenti il “re dei divani” Pasquale Natuzzi nell’incontro con la Gazzetta: «Certe volte mi sono andato a rinchiudere in bagno, perché mi scappavano le lacrime quando pensavo alla sorte dei miei dipendenti. Ho sempre puntato ai valori e allo spirito di famiglia, l’ho ripetuto a tutte le convention fatte in azienda. Con i miei collaboratori sono stato sempre onesto: ho sempre parlato dei risultati e delle opportunità, ma anche delle minacce e delle difficoltà che abbiamo avuto negli ultimi dieci anni. La coerenza è stato il nostro punto di forza. La coerenza paga sempre, la strategia deve seguire i propri valori e le decisioni devono essere coerenti con tutto questo».
Non è stato difficile, in questo periodo di crisi, mantenere questa filosofia?
«Certo, è stato un periodo molto duro, impegnativo e anche sofferto, ma con i valori che sono alla base della nostra azienda e lo spirito di famiglia, abbiamo deciso di crescere insieme e di affrontare insieme i problemi e superarli in un territorio difficile come questo. Ci ha sorretto la fiducia nel futuro» e Natuzzi lo ripete convinto, mostrando un’energia insolita per i suoi 75 anni, che è la stessa che abbiamo conosciuto trent’anni fa. E il percorso continua perché Pasquale Natuzzi crede nel futuro e, attraverso un lungo processo di trasformazione, ha investito 550 milioni di euro in 12 anni per passare da azienda manifatturiera a quel brand dell’arredamento che i consumatori di tutto il mondo conoscono e riconoscono.
Un percorso che ha portato, negli anni ’80 la Natuzzi a diventare la più grande azienda in Italia e leader al mondo nella produzione di divani in pelle. «Poi nel ’97 – aggiunge Pasquale Natuzzi, presidente e amministratore delegato del Gruppo – abbiamo rivisto la strategia, soprattutto di fronte alla globalizzazione e all’avanzata dei Paesi come la Cina, il Messico e i Paesi dell’Est Europa. Per cui non era più sostenibile realizzare prodotti democratici, come avevamo fatto fino ad allora investendo in stabilimenti all’estero, anche grazie alla decontribuzione degli oneri sociali per ridurre il costo del lavoro, alla svalutazione della lira e alla grande voglia di fare, ma anche alla integrazione verticale di tutta la filiera: dalla materia prima al prodotto finito, che abbiamo sempre controllato direttamente. Questo ci ha permesso di fare prodotti di qualità a prezzi competitivi, realizzando un modello di business di successo. Poi, di fronte alla lievitazione del costo del lavoro, all’invasione della Cina, che copiava tutti i prodotti, questa strategia non poteva continuare. Abbiamo aperto fabbriche in Cina, Brasile, Romania, vicino ai mercati di sbocco, per continuare la nostra mission aziendale».
Poi c’è stata la crisi globale, che ha investito soprattutto il mercato immobiliare e l’arredamento ha subito il contraccolpo: basti pensare, secondo dati della Federlegno che il mercato è crollato del 30%. Ma Natuzzi ha stretto i denti nei «10 anni peggiori dell’ultimo secolo» come li definisce lui, investendo anche i propri soldi, senza chiederli alle banche. «La nostra storia credo sia unica al mondo, di un’azienda che ha esportato anche la pugliesità, orgogliosa delle proprie origini e del suo patrimonio naturale».
Oggi la strategia produttiva si è spostata verso un tipo di prodotto diverso?
«Abbiamo riposizionato l’azienda da un marchio di fabbrica a uno per consumatori alto di gamma, rivedendo progetti, materiali, sviluppando design, investendo in marketing e comunicazione, grazie anche alla ricerca. Un progetto che oggi ci consente di essere la marca più conosciuta al mondo nell’alto di gamma. Abbiamo fatto scuola nel territorio: è nato il distretto del salotto con 14.000 dipendenti. Negli ultimi 5 anni abbiamo lavorato molto nell’innovazione di processo e di prodotto integrato per abbattere il costo industriale, mantenendo la produzione di qualità tornando a competere e a crescere».
In un mercato globale, nel quale la manodopera costa meno e i prodotti dei Paesi terzi invadono il mercato a prezzi concorrenziali, dove sta la differenza che permette a un prodotto di qualità di essere scelto dal consumatore anche ad un costo più elevato?
«Vendere un prodotto che fa sognare, noi vendiamo un sogno, il nostro Dna, la nostra italianità, il nostro made in Italy, la nostra pugliesità, che comincia dai nostri valori, dalla nostra storia, all’etica, alla trasparenza. Una filosofia che si ritrova in ogni nostro punto vendita, altrimenti non ci spiegheremmo come mai un consumatore dell’Australia, che può comprare un divano nel negozio dietro casa, è disposto ad aspettare 4 mesi per avere un prodotto Natuzzi».
Investiamo in fiducia e guadagniamo in futuro: è questo il motto dell’azienda di Santeramo che vuole creare valore, partendo dai valori, perché un’impresa che investe soltanto in profitto, non ha anima. E Natuzzi rappresenta il futuro di un Sud che si rialza e si rimette in cammino con le proprie gambe, senza vittimismi e piagnistei, come ripetono anche i dipendenti che hanno accettato l’accordo con meno permessi retribuiti per mettere più impegno e produttività per sconfiggere la crisi, con meno scatti di anzianità, ma “un solo grande riscatto”, quello di tutti, accettando contratti di solidarietà e incentivi per chi vuole lasciare, evitando licenziamenti unilaterali. E l'azienda ha risposto riducendo le produzioni estere (vedi Romania) a favore del made in Italy e aumentando l’investimento in innovazione di prodotto e di processo produttivo.
In questo scenario di impegno e fiducia, come vede il ruolo dell’attuale governo? Ritiene che il presidente Renzi possa riuscire a cambiare il Paese, tirandolo fuori dalle secche della crisi e rilanciando il made in Italy, come valore aggiunto?
«Il presidente Renzi è giovane, determinato e pieno di energia, credo che stia facendo bene. Abbiamo fiducia in questo governo, che sta dando fiducia alle aziende, affrontando i problemi anche con decisioni che possono sembrare impopolari, ma che sono la strada giusta per il cambiamento. Certo non gestisce una situazione facile».
La Natuzzi nel corso della sua storia ha dimostrato di saper superare le difficoltà, come è avvenuto nel lontano agosto del 1973, quando un incendio sembrava aver distrutto ogni possibilità di ricominciare, ma poi la determinazione e la capacità imprenditoriale hanno avuto la meglio. Qualche amico ha consigliato a Pasquale di farsi da parte, in un momento di difficoltà, temendo anche la reazione degli operai, ma lui ci assicura di godere di ottima salute e di non aver mai pensato di lasciare proprio nel momento di difficoltà della nave. Non fa lo Schettino di turno, Pasquale Natuzzi resta al timone, di una nave che conosce bene e sa di poter ancora governare. Poi, superata la crisi, si concederà un debito che ha con se stesso: il giro del mondo in barca a vela, in un mare ormai tranquillo.

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La Gazzetta del Mezzogiorno – 8.3.2015

Felice de Sanctis
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