Una tigre di carta
15/02/1997 11.45.00
Dopo l’ultima operazione “Reset-Bancomat 2” la “piazza” di Molfetta è stata ripulita. Resta al momento uno spaccio di ordine fisiologico, da non trascurare, ma non siamo più di fronte al fenomeno del mercato organizzato. I carabinieri hanno fatto un ottimo lavoro, grazie a una costanza e determinazione delle quali va loro dato atto. Ora c’è da augurarsi che la vigilanza non venga meno, che prosegua quell’azione di presenza sul territorio (con il continuo pattugliamento delle zone a rischio da noi suggerito per tempo da queste colonne e che i carabinieri hanno portato avanti con costanza e impegno), che serve ad impedire anche la riorganizzazione del crimine e soprattutto a dare serenità agli abitanti di questi quartieri. Ma occorre ora che i carabinieri estendano le loro indagini ai patrimoni della malavita (anche questo lo chiediamo da tempo, occorre indagare soprattutto nelle banche, perché solo colpendo i patrimoni illeciti si può sconfiggere definitivamente il fenomeno droga). Questa ritrovata tranquillità, però, sembra disturbare qualcuno che invece vuole diffondere un’immagine alterata della città e mette in giro voci allarmanti (scommesse clandestine, cani addestrati per combattimenti all’ultimo sangue, mala barese che vuole conquistare il territorio lasciato libero dalla criminalità legata alla droga). Queste voci e false notizie (“bufale” in gergo giornalistico) raccolte qualche volta dai mass media e diffuse senza essere prima verificate, provocano allarme sociale attraverso un’enorme cassa di risonanza che trasmette l’idea che questa città sia diventata una sorta di Far West. A chi giova la diffusione di una falsa e negativa immagine della città? Non certamente all’economia e alla crescita civile della nostra popolazione. Ma noi continuiamo a farci del male per una sorta di masochismo inconscio. E’ il trionfo della mediocrità, dell’irrazionale. Poi ci chiediamo perché ci sono giovani con le “teste vuote” che gettano sassi dal cavalcavia. Ecco perché vanno condannati e respinti con forza questi tentativi (elettorali? qualunquistici? semplicemente disfattisti e autolesionisti?) di cavalcare una tigre che non esiste, una tigre di carta. E’ l’inaccettabile logica del “muoia Sansone con tutti i filistei”, tipica della Prima Repubblica. Si critichino i fatti, non si inventino fantasmi, storie da romanzo giallo o da film dell’orrore. Questa città per crescere e attirare gli investimenti economici ha bisogno di serenità e soprattutto di un’immagine positiva. Stiamo faticosamente liberandoci del marchio di “supermarket della droga”, non possiamo accettare che si crei quello della città delle scommesse clandestine o dei ring sanguinari dei cani. Perché questi calunniatori pubblici, ci chiediamo, non puntano invece il dito sul vero pericolo che resta incombente su Molfetta: l’usura? Perché non denunciano il reale rischio per l’economia cittadina? Forse perché ci sono troppi interessi in gioco? Perché l’usura finanzia anche attività apparentemente lecite? L’usura agisce nel sottobosco, non “si vede”, ma fa danni enormi (il commercio ne sa qualcosa, ma anche i singoli cittadini sono “strozzati”), non vuole pubblicità e ha tutto l’interesse che l’attenzione dell’opinione pubblica sia distratta da fantomatiche storie di cani che si sbranano fra loro. Turbinosi venti preelettorali E’ proprio vero che in Italia si è sempre in campagna elettorale. A circa un anno e mezzo dalle elezioni amministrative, partiti, gruppi politici, probabili candidati, hanno messo già la città in fibrillazione. I molfettesi dovranno dotarsi di molta pazienza per sopportare questa lunga campagna elettorale, che la città è costretta a subire col rischio di una nuova, pericolosa crisi di rigetto della politica. Noi cercheremo di non correre dietro a questo grande “fermento”, per non surriscaldare ulteriormente un clima già rovente. Faremo come sempre i giornalisti: ci limiteremo a raccontare, senza enfasi per nessuno dando spazio a tutti, gli avvenimenti che si succederanno, sui quali, però, esprimeremo anche le nostre legittime opinioni. Non possiamo, perciò, non registrare ora le prime autocandidature, quella di Finocchiaro e Di Gioia (quest’ultimo addirittura ha già fatto la propria lista civica con tanto di logo). Entrambi danno l’impressione di essere animati da spirito di rivincita. Come reagirà la città a questo ritorno all’antico, che sa tanto di restaurazione? Anche le acque del centro appaiono agitate e percorse da due correnti contrapposte: quella di chi vuole realizzare l’Ulivo a Molfetta (ma le coalizioni non si fanno solo con i numeri, ma con idee, programmi e comportamenti) e quella che punta a un’aggregazione contrapposta e alternativa all’attuale maggioranza di centro sinistra, magari pronta a schierarsi con chi risulterà più forte, divenendo uno dei fattori di quella politica trasversale che sembra la caratteristica più congeniale ad alcuni personaggi locali. Questo non è sicuramente auspicabile, perché farebbe il gioco della destra, a meno che non sia proprio ciò che si vuole. Sarebbe opportuno, pertanto, rilanciare una forte iniziativa per verificare, nell’ambito delle forze che si richiamano all’Ulivo, ciò che unisce, piuttosto che ciò che divide, per porre le basi di un’intesa ampia e franca, che finora è mancata, sull’idea di città che si vuole costruire per il futuro. In questo numero di Quindici registriamo anche un atto di umiltà da parte del sindaco Guglielmo Minervini, disponibile a farsi da parte se la sua candidatura può essere di ostacolo alla realizzazione dell’Ulivo. Ma quale reale volontà esiste da parte delle forze politiche di centro-sinistra di piantare concretamente l’Ulivo a Molfetta? La risposta a questo interrogativo non c’è ancora. Visto che la campagna elettorale è già cominciata, sarebbe ora di gettare ogni maschera, in modo che tutto avvenga nella chiarezza e nella tanto invocata trasparenza che, in realtà, poche volte è visibile all’esterno. Eppure, per evitare il ritorno al passato, c’è una sola strada, proprio quella della “reale” trasparenza. Solo così sarà possibile superare lo scetticismo, più che giustificato, dei cittadini. Quindici - 15.2.1997
Felice de Sanctis
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