La Cina del Duemila paga in… schiavi
Sconvolgente offerta per avere le fabbriche
12/08/1989 10.59.00
«Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi. Questa frase non è scritta in qualche costituzione democratica (anche l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro): è scritta sul muro del lager nazista di Auschwitz. E l’ha rispolverata il leader cinese Deng (foto) a conferma del trasformismo di quei falsi rivoluzionari, che utilizzano indifferentemente slogan borghesi o socialisti, al solo fine di giustificare le proprie azioni. E’ di ieri la notizia della proposta fatta dai dirigenti cinesi alla società automobilistica «Volvo» (che ha rifiutato, com'è naturale) di fornire i propri detenuti come manodopera a costo quasi zero (solo 140 mila lire al mese) all’azienda in cambio di qualche fabbrica in Cina. E’ la riscoperta di un antichissimo sistema di business: una fabbrica contro schiavi. Il vecchio Marx starà rigirandosi tumultuosamente nella tomba. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova ideologia o rivivendo l’atmosfera del peggiore nazismo? E’ incredibile come una proposta del genere possa provenire da un Paese comunista: il lavoro operaio viene considerato condizione inferiore dell’uomo e la fabbrica come luogo di pena. A questo si aggiunge la punizione di lavorare nei campi o allevare porci decisa da Deng per gli studenti e gli intellettuali. E poi la distruzione sistematica di tutti i libri occidentali, una sorta di riedizione della rivoluzione culturale maoista, salutata vent’anni fa da alcuni intellettuali occidentali, oggi "pentiti" come l’inizio di una nuova era per l’umanità (chissà cosa ne pensa l’«irriducible» Rossana Rossanda?). La speranza è un sogno fatto da svegli. Lo diceva già il saggio Aristotele. E il risveglio da questo sogno ad occhi aperti si sta rivelando sempre più drammatico per i giovani cinesi: il regime di Deng dopo essere passato con i carri armati sui loro corpi ora sta riportando l’ordine con metodi che ripugnano alla coscienza civile e si rivelano peggiori di quelli applicati in Iran da Khomeini. Che ne è oggi degli studenti «corpo sacro della libertà e del progresso», come diceva Mazzini? Li stanno cancellando. I nazisti hanno tentato di cancellare gli ebrei, Deng vuole cancellare i giovani, cioè il presente e il futuro del suo Paese. Quanto ci sembrano lontani gli anni del ‘68, dell’immaginazione al potere. Il maggio cinese, di fronte a quello francese si è rivelato distante millenni. Miti, idee, personaggi (Mao, Che Guevara, Ho Chi Min eccetera) sono scomparsi, e in un ventennio si sono dissolti nel nulla tutti i modelli dei giovani dell’epoca, con la stessa rapidità con cui erano stati creati. Resistono, da qualche secolo, invece, le idee liberali, a conferma di quei valori ai quali ancora oggi ci ispiriamo e che rappresentano una con qui-sta graduale e non un "capriccio" d’ottobre o di maggio. Ma la fine del comunismo è stata segnata dall'orologio della storia (basti pensare a ciò che sta avvenendo a Varsavia, dove l’ideologia sta morendo di morte naturale, al contrario di Pechino dove l’utopia muore di morte violenta), perciò i giovani cinesi non saranno morti invano, se i loro compagni non si arrenderanno all’oppressione. «Giovane vuol dire non chiudere mai l’oblò della speranza - cantava Bob Dylan -, anche quando l’oceano è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro». La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pag. - 12.8.1989
Felice de Sanctis
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