Borsa in rialzo se la cultura è ben quotata
L'impresa secondo Gianfranco Dioguardi
28/02/1996 8.23.00
Sarà sufficiente, nella società del terzo millennio, parlare di impresa nell’accezione tradizionale, semplicemente come attività economica organizzata dall’imprenditore per la produzione o lo scambio di beni e servizi, insomma per realizzare solo profitti? Una concezione di questo tipo, in un mercato sempre più turbolento, rischia di trasformare la concorrenza in una lotta fortemente competitiva senza esclusione di colpi. In questo scenario vanno inserite anche le attività illegali, fenomeni spesso ignorati nelle analisi economiche, perché ritenuti ininfluenti, anche se rappresentano una componente essenziale della domanda di lavoro sorretta da remunerazioni certamente più elevate di quanto non possa esprimere la domanda lecita delle imprese, peraltro spesso carente nelle aree dove emergono fenomeni delinquenziali per l’endemica crisi dei sistemi produttivi locali. Si tratta di una domanda capace di attirare non solo emarginati, disoccupati, immigrati, ma perfino percettori legali di reddito, attratti dalle rischiose, ma al tempo stesso economicamente convenienti, proposte di investimento in attività illecite. Queste e altre realtà non definibili immediatamente in termini economici, prive di una vera e propria prestazione economica, producono redditi attraverso forzose redistribuzioni (basti pensare alle distorsioni attuate dai politici con Tangentopoli e al conseguente rigonfiamento della spesa pubblica) o altre attività illecite, quindi non registrate sui normali circuiti economici o nelle transazioni innovative. Questi fatti determinano forme di inquinamento del circuito economico monetario e incidono fortemente sulla produzione del reddito. Ecco perché nella transizione fra il Secondo e il Terzo millennio occorre tener conto di questi fattori e considerare che l’azione economica non può essere disgiunta dall’educazione del cittadino «fattore integrante dei progetti di politica economica». Di qui la necessità di un grande progetto culturale che ricordi quello che nel Medioevo si appoggiò ai monasteri e alle università. Insomma, una nuova funzione imprenditoriale legata non solo agli obiettivi economici e quindi al profitto, ma anche alla creazione di valori etici e culturali, in rapporto con il territorio in cui opera. E’ questo il percorso dell’ultimo lavoro di Gianfranco Dioguardi (“L’impresa nella società di Terzo millennio”, Laterza ed. pag.254 £.30.000) che parte dagli economisti classici per arrivare alle sue più recenti elaborazioni economiche come l’impresa rete e la macroimpresa. L’individuo del nuovo millennio che opera nell’era del computer, secondo Dioguardi (foto), deve riacquistare coscienza di se stesso proiettandosi verso una sorta di nuovo Rinascimento, imparando così a interpretare il ruolo di imprenditore di se stesso. La formazione imprenditoriale, inoltre, deve essere orientata a sviluppare costantemente il principio di complementarità fra sapere e fare. Per l’avvento di un nuovo Rinascimento industriale (Industrial Renaissance) è necessario sviluppare, fra l’altro, strutture in grado di aiutare il processo di innovazione continua e di formazione avanzata e tali strutture, in prima approssimazione, potranno essere rappresentate dai parchi scientifici e tecnologici. «Una società di gente civile - scrive Dioguardi - deve evolversi insieme alla cultura, nella cultura. E’ però fuorviante supporre che ciò possa avvenire in maniera del tutto naturale. Né si può delegare esclusivamente allo Stato il compito di provocare e gestire il fenomeno. Infatti, sono i singoli cittadini, con le loro individualità, che costituiscono insieme lo Stato: se in loro albergherà ignoranza, dispregio o anche solo insensibilità per la cultura, non si potrà che avere uno Stato incolto, incapace di salvaguardare e promuovere la civiltà di usi e costumi propri del popolo. D’altra parte, il mondo attuale è purtroppo caratterizzato da una cultura sempre più lontana dalla gente comune, la quale è plagiata dai mezzi di informazione di massa che intendono assopire la curiosità e il godimento culturale sostituendoli con svaghi banali, che occupano il tempo e non la mente». Ecco perché l’impresa (stabilendo anche interazioni con le scuole) deve diventare la promotrice di questo movimento culturale, oltretutto capace di generare innovazione, stimolando e diffondendo nuova imprenditorialità. Deve diventare un vero e proprio laboratorio socio-economico sul quale convergono strutture e processi innovativi, con ambizioni di tipo quasi rinascimentale. Deve trasformarsi, insomma, in uno strumento di costruzione e diffusione del sapere con obiettivi di tipo quasi illuministico. La Gazzetta del Mezzogiorno - cultura - 28.2.1996
Felice de Sanctis
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