Dalla luna, la Cina è un mare di cortesia
Il Celeste Impero alle soglie del 2000
13/03/1992 6.55.00
Dal nostro inviato FELICE DE SANCTIS - PECHINO - Una lunga ma ordinata coda di donne sosta in attesa del proprio turno davanti ad un negozio. Dall'esterno è difficile, per un occidentale, distinguere il tipo di esercizio commerciale. Viene spontaneo pensare, per l'assenza di uomini, ad uno spaccio di alimentari. Mi accosto incuriosito: è una farmacia. "Ci sarà probabilmente - immagino - un'epidemia di influenza... cinese”. Niente di tutto questo. Le donne stanno, semplicemente, rifornendosi di anticoncezionali, distribuiti gratuitamente dal governo, secondo il piano demografico. Nessun paragone, quindi, con le code per fame di Mosca. Qui i negozi sono pieni di generi alimentari e, perfino di altri beni di consumo, anche se per questi ultimi, i prezzi sono un po' meno alla portata del cinese medio, con un reddito annuo che oscilla tra i 300 e i 500 dollari (350-580 mila lire). GRANDE DIGNITA'. Ma ciò che ti colpisce è la dignità della gente. In altri Paesi del Terzo Mondo la miseria ti aggredisce, qui, invece, non vedi mendicanti in giro e non riesci a spiegarti come si riesca a vivere dignitosamente in una situazione difficile. Ho preso un taxi che mi ha fatto fare quasi il giro della città. Il conducente, con molta pazienza e gentilezza, ha accettato di fermarsi spesso per permettermi di fare fotografie. Poi mi ha riportato in albergo. Quando gli ho chiesto il prezzo della corsa, mi ha detto 15 yuan, meno di 4mila lire. Gliene ho date 30, aggiungendo così una piccola mancia per la sua disponibilità. Li ha presi senza contarli. Ero ancora nella hall dell'albergo, quando l'ho visto tornare trafelato, mi ha raggiunto e restituito i 15 yuan di mancia, quasi infastidito per il mio gesto. Inutili tutti i tentativi di convincerlo ad accettare un compenso che, in fondo, aveva meritato. Più tardi un interprete cinese mi ha spiegato che il tassista pensava di aver fatto il suo dovere, guadagnando il dovuto. Dargli la mancia era stato un gesto offensivo per la sua dignità. Sono rimasto male, mi son sentito quasi un "corruttore". Per la mentalità occidentale impregnata di arrivismo, antagonismo e consumismo, non è facile comprendere come si possa vivere anche nella "non-ricchezza", senza sgomitare e lottare per diventare più ricco del tuo vicino. E' ancora poco sviluppato l'istinto di emulazione e sopraffazione. Ma sono "vizi" che i cinesi stanno imparando a conoscere, perché appartengono agli "ingredienti" del capitalismo. CITTA' OCCIDENTALIZZATE. Già l'atmosfera delle grandi città come Pechino, Shanghai, Canton somiglia sempre più a quella che si può cogliere a Bangkok, se non addirittura ad Hong Kong o perfino Singapore. Fino a 10 anni fa era impensabile vedere tante automobili in giro, grattacieli, alberghi a 5 stelle, ristoranti di qualità, decine di discoteche. Si sono moltiplicati in pochi anni. E' triplicato il numero dei saloni di bellezza, i negozi della seta e del cashmere, dell'artigianato, dei quadri, degli oggetti d' arte e di antiquariato, soprattutto a Canton e Shanghai, dove vedi anche le taxi-girls, come in qualsiasi grande città occidentale. E nei locali notturni comincia a girare la droga. Ma la situazione cambia quando ci si sposta dalle città alle campagne, dal Sud al Nord del Paese. Parecchi decenni di mentalità dividono ancora Canton, Shanghai e Pechino dall'interno della Cina, dove il Nord è un po' il "meridione" del Paese, con grandi problemi dovuti anche alla rigidità del clima, all'aridità del terreno, spazzato dai venti carichi di sabbia che giungono dal deserto di Gobi e dalla Siberia. A migliorare le condizioni della popolazione in quest'area depressa si spera che possano contribuire l'industria pesante e quella petrolifera, sviluppatesi in questi ultimi anni. IL TURISMO NELLA CINA CHE CAMBIA. Anche il turismo contribuisce a cambiare il volto della Cina, a renderla "più vicina" all'Occidente. Qui in cinquant'anni è stato sperimentato tutto e il contrario di tutto, attraverso un laboratorio politico del socialismo, unico nel suo genere, che resiste all'usura del tempo e dei regimi fratelli, anche se è abbagliato dalle luci del consumismo. Dopo la fine dell'Urss si va in Cina con il desiderio e la consapevolezza di vedere qualcosa che da un momento all'altro può dissolversi. Ma qui il tempo ha una dimensione sconfinata, come la bellezza del paesaggio, la simpatia della gente, la raffinatezza delle opere d'arte. UN MARE DI CORTESIA. Sei accolto da un mare di cortesia, anche se avverti subito la sensazione di essere isolato da un "vetro" di formalismo, dovuto alla mentalità ordinata degli orientali. Per viaggiare in Cina occorre lasciarsi andare alle emozioni, per cercare di scoprire qualche segreto di questa civiltà, antica di quasi 8mila anni. Una civiltà costruita sui contrasti, che ne hanno modellato le caratteristiche, che si attraggono e respingono fino a raggiungere un perfetto equilibrio. Dalla raffinatezza teorica dei mandarini, al pragmatismo del contadini, che hanno dovuto fare i conti con la natura amica e nemica, prodiga e avara, distruttrice e rigeneratrice. L'arte, la letteratura, la stessa lingua, sviluppatesi sotto questa influenza, ne hanno tramandato tutta la ricchezza fino ai nostri giorni. E' il Paese delle grandi solitudini e delle grandi moltitudini, dei grandi deserti avari di acqua e degli innumerevoli canali che si intrecciano e su cui navigano zattere sgangherate, barconi stracolmi e moderne imbarcazioni. E' il contrasto fra le case che marciscono su quei maleodoranti canali e gli imponenti edifici di inizio secolo di Shanghai o i grattacieli degli ultimi anni. Ma è anche il Paese dell'ordine e della pulizia: ci sono migliaia di spazzini, soprattutto donne anziane con un caratteristico copricapo antipolvere, le quali provvedono a mantenere linde strade e piazze. UN'ANTICA CIVILTA'. La Cina dai mille volti, conserva il fascino del mistero dei suoi templi buddisti, la raffinatezza delle sue opere d'arte e la maestosità dei suoi monumenti, su cui spicca fra tutti la "Grande muraglia". Opera possente di oltre 6mila chilometri, costruita 2.400 anni fa, in due lustri, col lavoro di 10mila uomini. E' un serpentone di pietra che sembra strisciare lungo la montagna: simbolo di difesa, ma anche ideale confine fra la civiltà e i barbari. Unica opera dell'uomo visibile dalla luna, ti in-canta e intimidisce allo stesso tempo, con le sue porte colossali, le sue 25mila torri, le sue alte mura merlate. LA MITICA SHANGHAI. La più grande città della Cina e il suo maggiore porto è Shanghai, con i suoi 11 milioni di abitanti, una delle più popolose del pianeta. In antichità era un piccolo porto di pescatori, poi è diventata il più grande emporio marittimo del Paese, grazie alla sua felice posizione sull'estuario dello Huang Pu, che la mette in comunicazione con il mare aperto. Ha avuto il suo massimo fulgore durante il regno della regina Vittoria d'Inghilterra e, dopo la guerra dell' oppio, quando divenne porto franco. Fin dall'800 (a quel periodo risalgono i maestosi edifici e i grandi viali alberati) fu sede di compagnie marittime occidentali, centro di traffici e commerci, regno di uomini d'affari, banchieri, avventurieri di ogni parte del mondo. Inglesi, francesi, americani, russi, italiani vissero per decenni in questa splendida città: si ritrovavano ogni sera nelle grandi sale da tè, nelle frequentatissime sale da gioco, nei locali notturni, che diventavano luoghi di piacere e di affari. Percorrendo il Bund, la strada più importante, che costeggia il fiume, con un po' di fantasia e qualche ricordo letterario, si può respirare l'aria di quel tempo. Ma è soprattutto nel centro che si ha l'impressione di essere in un quartiere occidentale, con quelle ville in perfetto stile vittoriano o francese, arricchito spesso con qualche elemento d'architettura cinese. E' uno strano impasto di culture, che raccontano ciò che Shanghai ha rappresentato per oltre un secolo dal 1842, quando il suo porto fu aperto al commercio internazionale al 1949, anno della sua conquista da parte dell'esercito popolare di Mao, che la trasformò in un centro industriale (oggi si contano più di l0mila, stabilimenti), nel magazzino più ricco del Paese. Per ritrovare alcune delle tradizioni intatte dell'epoca d'oro, ci si può addentrare nella città vecchia, una sorta di casbah però ordinata, animata da cinesi che continuano il lavoro di tutti i giorni. Sull'intreccio di viuzze, piene di turisti, si affacciano piccoli ristoranti: i cuochi preparano i cibi con le finestre aperte ed è possibile assistere alla preparazione di quei miscugli tipici della cucina cinese, oppure curiosare nel pranzo di una famiglia media. PECHINO E LA CITTA' PROIBITA. Ma il grande cuore della Cina resta Pechino, brulicante di auto e biciclette in un chiassoso turbinio, che contrasta con il serafico silenzio della "Città proibita", residenza di ben 24 imperatori, riservata per secoli ai membri della corte e del governo. Ormai le sue oltre 9mila stanze, i saloni, i cortili, massimo esempio di architettura classica cinese, sono offerti alla visione del pubblico. Sono centinaia i visitatori cinesi, alcuni venuti in "pellegrinaggio" da lontano che, col naso all'insù, ammirano le volte decorate degli splendidi edifici di questo grande complesso architettonico di 750mila mq. C'è in essi una malcelata ammirazione, mista ad orgoglio, per ciò che gli imperatori furono capaci di realizzare, col contributo dei loro antenati: i lavori durarono dal 1407 al 1420 e impegnarono oltre 200mila uomini. Il palazzo (Gugong), reso famoso da Bertolucci nel film "L'ultimo imperatore", come un gioco di scatole cinesi, è situato al centro di Pechino. Costruita dal terzo imperatore della dinastia dei Ming, Young-le, che decise il trasferimento della capitale a Pechino nel 1403, la città fu edificata in modo geometrico, con vie ed edifici nella migliore posizione geomantica possibile, nel rispetto della tradizione gerarchica imperiale: al centro l'imperatore, la sua famiglia e gli eunuchi; attorno a loro, l'aristocrazia, la corte e i ministeri; all'esterno, a nord, separati da un fossato largo 50 metri e da un muro alto 10 metri, i Manciù, conquistatori dell'impero; e a sud i Cinesi, l'etnia sconfitta. I quattro quartieri presero rispettivamente il nome di "Città proibita" o purpurea, per il color rosso porpora che simboleggia la Stella Polare e quindi il centro del cielo e dell'impero stesso; "Città imperiale" o gialla, colore riservato all'imperatore e a quanto gli era pertinente; "Città tartara" e "Città cinese", quella esterna, che oggi ospita i nuovi quartieri e le grandi arterie di Pechino, su cui si affacciano gli imponenti alberghi, grattacieli che contrastano con i bassi e grigi caseggiati di stile stalinista, ancora numerosi. All'interno del complesso si possono ammirare parchi con alberi plurisecolari, colline artificiali, ponti e i sei palazzi di residenza delle imperatrici e delle oltre 50 concubine imperiali, l'immancabile "Sala degli Antenati", dedicata al culto dei "nonni" dell'imperatore. Il tutto arricchito da grandi bruciaprofumi, grandissimi vasi che contenevano l'acqua per spegnere gli incendi, arabe fenici e tartarughe (simboli di longevità), unicorni (simboli di saggezza), draghi a cinque artigli (simboli dell'imperatore), leoni (simbolo della Cina). Davanti alla "Città proibita" si apre, mastodontica, la piazza più grande del mondo (40 ettari), legata ormai a tragici ricordi, TienanMen (Porta della pace celeste), dove i cinesi amano affidare al vento i loro stupendi aquiloni carichi di sogni e speranze. Qui sorge anche l'obelisco di granito di 38 metri, dedicato agli eroi morti per la patria, e ci sono il Mausoleo a Mao Tse Tung, il Palazzo dell'Assemblea del popolo e quello dei Musei. La Gazzetta del Mezzogiorno - 13.3.1992 - 3. Continua
Felice de Sanctis
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