Eppure l’antidoto esiste...
Gli scioperi nei servizi pubblici
27/04/1990 20.08.00
Siamo ormai al ricatto. I macchinisti Cobas, pur di dimostrare la loro maggiore forza e rappresentatività rispetto ai sindacali confederali, rifiutano ogni mediazione che non presupponga una loro diretta partecipazione al tavolo delle trattative per il contratto. In pratica, il loro riconoscimento. Il conflitto, perciò, da salariale si è trasformato in politico. Intanto, per i treni, è già paralisi. A rimetterci in questo braccio di ferro è il povero cittadino, ritrovatosi, suo malgrado, ad essere terzo soggetto senza potere, ostaggio nel confronto tra azienda e sindacati e tra sindacati fra loro. I Cobas sono virus fortemente infettivi che si propagano con la velocità del fulmine, ma a differenza di altri, di cui non si è riusciti a trovare l’antidoto, per questi esiste da oltre 40 anni (la Costituzione), ma non si riesce o non si vuole applicarlo. E così, come il povero don Ferrante di manzoniana memoria, si continua a fingere di ignorare lo "peste" per poi morire di peste. I Cobas, perciò, piaccia o no, costituiscono una realtà nel panorama sindacale italiano. Sono nati dall'evoluzione della società post industriale, che ha ridimensionato la figura dell’operaio e quindi la sua identità di classe, per creare figure nuove con compiti diversificati e interessi spesso contrapposti. La crescita del settore del terziario e dei servizi ha rimescolato le mansioni di colletti bianchi e blu, favorendo la centralità dei servizi rispetto all’industria, luogo tradizionale del conflitto operaio. Questo ha portato alla scomparsa degli interessi collettivi e quindi all’indebolimento dei contratti nazionali, che non riescono più a «coprire» o soddisfare tutti i settori produttivi, facendo emergere rivendicazioni corporative. Di qui la conseguenza della progressiva perdita di forza del sindacato confederale che non ha più la capacità di realizzare una sintesi fra l’interesse generale e quello particolare, con un sistema contrattuale superato dai tempi. La politica di appiattimento salariale condotta da Cgil, Cisl e Uil anche quando l’evoluzione del mercato consigliava di rivedere la struttura contrattuale collettiva, ha favorito lo nascita dei Cobas. Lo Stato, dal canto suo, avendo perduto in pratica il suo interlocutore privilegiato, il sindacato confederale, e subendo il potere ricattatorio di pochi «ribelli», in grado, però, di bloccare interi servizi pubblici, dai treni agli aerei, dagli ospedali alle scuole, è stato costretto a cedere a richieste settoriali che non tenevano conto delle compatibilità generali. Il sindacato confederale, poi, non ha fatto tesoro della lezione della storia. Cgil, Cisl e Uil dopo la loro faticosa unificazione rifiutarono di riconoscere i vari sindacati autonomi, fino a quando la realtà li ha costretti a sedersi attorno allo stesso tavolo. Così oggi si assiste al moltiplicarsi dei sindacati, come è avvenuto con i partiti. Ma ciò rientra nelle regole della democrazia. Quello che non va è la lotta fra sindacati, questo «regolamento di conti» fra confederali e «ribelli». Per venir fuori da questo impasse è necessario darsi delle regole: perchè ristagna ancora alla Camera la legge che disciplina gli scioperi nei servizi pubblici? La stessa Corte Costituzionale ha suggerito l’antidoto al virus: l’applicazione dell'art. 39 della Costituzione, che impone ai sindacati la registrazione. Ma i sindacati confederali nicchiano per timore di perdere un monopolio, che di fatto non hanno più. Intanto, in questa fase di «transizione» sarebbe utile studiare una diversa struttura del contratto, che non può più essere solo collettivo. Deve avere sì una natura collettiva per difendere le categorie più deboli, ma definire anche quegli incrementi retributivi per prestazioni ormai diversificate. Non è un compito facile. Ma è tutta qui la sfida del sindacato per i prossimi anni. Nella sua capacità di trasformarsi e rispondere a richieste e bisogni di una base, che rischia di privilegiare un corporativismo deteriore, capace solo di far scomparire definitivamente la parola «solidarietà» non solo dal vocabolario sindacale, ma anche da quello sociale. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pag. 27.4.1990
Felice de Sanctis
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