L’odissea tecnologica di Fantozzi
Bancomat, cinture, aerei e caselli: i nuovi guai del cittadino-consumatore. Vita quotidiana/ Una giungla disseminata di trappole: ecco un vademecum per un’improbabile sopravvivenza
11/04/2004 8.49.00
Cittadino-utente-consumatore, tutti lo venerano (o dovrebbero), tutti lo inseguono (specie di questi tempi col calo dei consumi), ma in realtà, nessuno lo rispetta o lo teme. E così dall’illusoria posizione di «privilegiato», si ritrova in quella scomoda di «vittima» di strutture, infrastrutture, sistemi informatici, tecnologie e quant’altro. Senza dimenticare l’uomo. E sì, perché il nostro simile nel momento in cui si spoglia dall’«antipatica» posizione di «semplice cittadino» per assumere quella di «pubblico ufficiale» subisce una metamorfosi e si trasforma nel burocrate inflessibile «carnefice» della «vittima» di turno. A tutti sarà capitato di avere difficoltà con gli spiccioli al momento del pagamento del pedaggio autostradale: e se cadono per terra, come fare ad uscire dall’auto? Come rimediare ad una macchina «obliteratrice» (che orrenda parola: evoca terribili dolori addominali), che non timbra il biglietto la prima volta e lo timbra due volte la seconda, rendendo il tutto illeggibile o allo sportello bancomat che «mangia» la tua tessera per un errore nella digitazione. Quanti di noi si ritrovano involontariamente nei panni del povero Fantozzi, spesso a torto deriso, ma che raccoglie la nostra solidale comprensione quando ci ritroviamo alle prese con gli automatismi della nostra vita quotidiana? Proviamo a stilare una piccola mappa dei guai quotidiani di un utente-vittima: le avventure di un povero cittadino nell’era tecnologica, storie di vita vissuta. A - COME AEREI Croce e delizia dei nostri giorni, tra scioperi, ritardi e cancellazioni. Per noi pugliesi volare è una condanna in più, perché per raggiungere molte destinazioni dobbiamo fare tappa (scalo) a Roma o Milano. Devi essere a Strasburgo per le 17,30? Semplice: basta prendere l’aero da Bari che arriva a Roma alle 8,20 e riparte per Strasburgo alle 8,50, con uno scarto di 30 minuti. C’è tutto il tempo di arrivare tranquilli (dimenticando che l’imbarco avviene una ventina di minuti prima). E infatti, se, «per caso» il volo per Bari parte con ritardo, arrivi a Roma e devi correre verso il «gate». Per fortuna c’è il nastro trasportatore che, se non inciampi prima, ti rende più rapido il percorso. Non è un problema, il nastro non si ferma mai e arrivi sempre a destinazione anche se in posizione orizzontale: il risultato è quello che conta. Ultimo tratto a passo veloce con la valigia che incespica nel pavimento, complice un po’ di polvere nelle rotelle (utile invenzione, a patto che girino in sincronia) e la carta d’imbarco fra le labbra come un piccione viaggiatore per fare prima (tranquilli: è troppo lunga per rischiare di ingoiarla). Tutto questo sforzo per scoprire che l’imbarco è già concluso e che sei rimasto a terra. Consolarsi con il sorriso della hostess o non arrendersi? La tenacia meridionale ha la meglio. Ti informi e scopri, magari, che quello delle 8,50 è l’unico volo della giornata da Roma per Strasburgo. Rassegnarsi e tornare indietro? No, una soluzione c’è sempre. Infatti, basta andare da Roma a Parigi, scendere, visitare l’aeroporto in attesa del volo per Bruxelles, poi a Bruxelles nuovo scalo e via per Strasburgo. Missione compiuta: anche se con un piccolo tour d’Europa, puoi contare di essere a Strasburgo per le 17,15 in tempo per il tuo appuntamento. B - COME BANCOMAT Attenti a non sbagliare nella digitazione del codice, potreste rischiare di vedervi risucchiare la card senza pietà. La macchinetta è paziente, te lo chiede ben due volte di riprovare, poi ti scambia per un ladro e si riprende la tessera. Per riaverla occorre affrontare il dio impiegato allo sportello, il quale ti fa compilare domande e questionari, mentre ti guarda con sufficienza tanto da farti sentire un mezzo deficiente, uno che non sa fare un’operazione semplice come quella. Poi ti dice: «ritorni fra una settimana» e, se sei al verde, sarai costretto a fare un … mutuo con interessi a tasso variabile con l’umore del cassiere di turno. Attenti anche a non pensare troppo quando fate l’operazione di prelievo automatico: dopo qualche minuto in più del tempo che la banca ritiene sufficiente per persone «normali» una vocina (sempre femminile) ma che arriva all’improvviso e non sai da dove, ti invita a lasciare subito lo sportello o a premere a tempo di record il pulsante che ti permette di restare ancora un po’. E tu, mentre cerchi disperatamente di trovare il pulsante rosso, vieni preso dall’ansia, sbagli a digitare il codice o premi il tasto sbagliato: «estratto conto o saldo», anziché «prelievo contante». E così sei di nuovo a rischio di «rimprovero» o di cattura della tessera. Un inferno: è roba solo per gente sveglia e veloce. Il prelievo poi deve avvenire quasi come uno scippo: pochi secondi, altrimenti la macchina si rimangia le banconote. C - COME CASELLO Che bello andare in autostrada grazie al progresso della tecnologia: tutto più semplice e veloce grazie a Viacard e carte di credito. A patto che: avviciniate la vettura quanto più è possibile (a rischio di graffiarla) al pulsante; introduciate la tessera nel verso giusto, altrimenti una vocina gentile (chissà perché sono sempre femminili) ma decisa, vi ammonisce rendendovi ansiosi e magari facendovi scivolare per terra la carta. Apriti cielo, anzi sportello. Una parola! Avanti non puoi andare perché c’è la barra chiusa, indietro nemmeno perché c’è l’altro automobilista in coda, far retrocedere la colonna è impresa titanica. Non ti resta che la ginnastica. Abbassi tutto il finestrino e, con fare da contorsionista, cerchi di raggiungere l’agognata carta, l’afferri tra l’indice e il medio, la tiri su piano piano, ma quando la reinfili nella fessura, hai dimenticato il verso giusto e la vocina, apparentemente più nervosa, ti rimbrotta: «cambiare il verso della tessera». Se poi ricorri agli spiccioli, attento al resto, se cade per terra, meglio lasciare perdere: uscire dall’auto è impossibile. E la ricevuta? Altro pasticcio. Quando la vocina ti ha già dato l’arrivederci, appare la scritta: «per la ricevuta premere il pulsante». Quale? La sbarra è già aperta, ma il documento di transito non arriva, dietro di te i clacson già impazzano, mentre tu insisti a pigiare quel dannato bottone rosso. Nulla. Quando decidi di rinunciare alla ricevuta e all’eventuale rimborso, vedi sopra la tua testa venir fuori a razzo l’agognato biglietto: il computer ha scambiato la tua vettura per un camion o un pullman e ha erogato lo scontrino dalla fessura superiore. Inutile tentare il recupero, pena il linciaggio dei «colleghi» in coda. D - COME DOCCE La nuotata in piscina è diventata ormai una moda o una necessità per mantenere una forma fisica o curare qualche acciacco. Anche qui tutto è automatico: dall’ingresso con tessera magnetizzata alla doccia con diffusione a tempo. Chi frequenta le piscine è ormai abituato a vedere gente che si contorce come un trapezista per riuscire a raccogliere l’ultimo getto utile prima dello stop, col rischio di restare con qualche arto ancora insaponato. Ma si può sempre rimediare con l’acqua minerale. Che dire, invece, di coloro che sono alle prese con l’asciugacapelli, non solo a tempo, ma anche dotato di nano-tecnologie (installato a 1,40 di altezza): occorre inginocchiarsi per far presto, prima del fatidico alt del timer. E così lo spogliatoio sembra un inginocchiatoio penitenziale o una moschea islamica con tanti fedeli che ritmicamente pregano e s’inchinano (per intercettare il getto caldo dell’asciugacapelli). F - COME FAI-DA-TE Che meraviglia il self service: soddisfa la segreta e repressa voglia infantile di giocare con la pompa della benzina, ti permette di programmare l’erogazione e rende tutto più rapido. In teoria. La realtà: devi avere una banconota di piccolo taglio, infilarla nel verso giusto nella macchinetta, se non va, girarla e rigirarla, perché quel dannato apparecchio te la vomita fuori offendendoti, quasi fossi un falsario. Poi provi a stirarla: nulla. Allora passi ai metodi dolci infilandola lentamente, quasi corteggi l’apparecchio e, dopo diversi tentativi, arrivi a supplicarlo di prenderla perché non hai altre banconote dello stesso taglio e «da conio». Allora gli molli un cazzottone e quello ingoia i 10 o 20 euro, ma non «abilita» l’erogazione. Così ti ritrovi, imprecando, a spingere tutti i pulsanti possibili, sperando che almeno l’armadio metallico ti conceda lo scontrino che prova il tuo versamento. Ma non sempre è così tragica, per fortuna. Nella migliore delle ipotesi scambi la pompa della benzina con quella del gasolio. Amen. P - COME PATENTE A PUNTI E’ l’ultima tortura per i malcapitati automobilisti vittime di qualche ministro in cerca di notorietà. Vietato parlare al telefonino durante la guida, anche in città, anche se sei quasi fermi, anche se ti arriva una telefonata di emergenza, di lavoro o familiare (tranne quella della suocera, alla quale puoi tranquillamente rimediare urlando nel telefono: «non si sente, non c’è campo»). La risposta, invece, ti costa 5 punti e una multa di poco più di 68 euro. Ma se ritieni di essere vittima di un’ingiustizia e vuoi fare ricorso, il solito ministro ha escogitato un’efficace trovata per scoraggiarti: occorre fare un deposito cauzionale pari al quadruplo della multa (temono forse l’evasione?). Inspiegabile da parte di un governo noto per la sua politica ampiamente favorevole ai condoni per gli evasori fiscali. Sarà una specie di eterogenesi dei Fini! Fosse limitato a questo, nulla questio: chi vuole ricorrere paghi. Ma al deposito è collegato un diabolico marchingegno, tutto italico a prova del più ostinato rompiballe. Se decidi di avventurarti per questa strada, devi sapere che è necessario preparare un ricorso al giudice di pace: al momento della consegna lo stesso magistrato ti informerà che puoi stare in giudizio senza la presenza di un avvocato, così risparmi quella spesa, ma devi versare il deposito cauzionale. In che modo? E’ sufficiente presentare un libretto nominativo intestato a te, ma a disposizione del tribunale, con l’indicazione del «verbale di accertamento dell’infrazione». Ti rechi in banca, fai la coda e appena arriva il tuo turno, chi è in attesa dietro di te è meglio che si rassegni a leggere un intero giornale o a cambiare sportello. E sì, perché la tua richiesta, in men che non si dica, paralizzerà la filiale. L’impiegato se la farà ripetere almeno un paio di volte, poi roteerà gli occhi per cercare di capire meglio, senza farti intendere che è in difficoltà. Poi si arrenderà, chiamerà il funzionario, questi a sua volta borbotterà qualcosa, sciorinerà articoli di legge, consulterà qualche circolare ministeriale, si rivolgerà ad altro collega più anziano. Alla fine tutti ricorreranno al direttore. Stabilito che anche il direttore non saprà che pesci prendere per emettere un libretto di questo tipo che vincoli il deposito alla volontà del giudice, ma ti permetta, una volta terminato il giudizio, di riavere i tuoi soldi, si ricorrerà alla sede centrale. Scambi frenetici di telefonate prima della bramata sentenza: basta un semplice libretto nominativo, senza vincoli, si consegna al giudice e quando questi lo restituisce, basterà tornare in banca per recuperare il credito (almeno così dicono loro): soluzione all’italiana per un problema che non si sa come affrontare. Così, appena porti il libretto dal giudice di pace, credi di aver assolto diligentemente il tuo compito. Macché. Lui te lo restituirà sostenendo che non è alla banca che occorre rivolgersi, bensì alla Posta, unica titolata ad emettere questi libretti. Poteva dirlo prima! Altra coda all’ufficio postale, stesso discorso per il malcapitato che ti segue in fila. Stesso giro di consultazioni fra impiegati, direzione locale, provinciale e nazionale. Alla fine l’impiegato stranito afferma: ma è sicuro che il giudice ha chiesto un libretto di questo tipo? Noi non lo abbiamo. A questo punto hai licenza di urlo: nessuno ti contrasterà, sono tutti nell’imbarazzo, ma la tua chiassata servirà a svegliare quell’altro impiegato di un’estrema scrivania che sembra l’unico a conoscere la soluzione del «giallo». «Ma come non avete capito? - afferma con sicurezza - si tratta del cosiddetto deposito giudiziario. Quello per i sequestri di somme legate a procedimenti penali contro ignoti o persone soggette a sequestri, pignoramenti ecc.». Sarai parificato, insomma, a detenuti, truffatori, estorsori e simili. Tutta la gente presente ti guarderà con sospetto e diffidenza e ti sentirai un verme. Ma basterà affermare ad alta voce: «è solo per una multa per guida col telefonino», per trasformare la diffidenza in sostegno convinto e indiscussa solidarietà, facendoti tornare il sorriso. Ma vale la pena? Sì, soprattutto se scopri che il deposito è incostituzionale. Così puoi toglierti la soddisfazione di sollevare questa irregolarità e «vendicarti» della trafila burocratica a cui ti hanno costretto. Occorrerà, però, un avvocato e un giudizio più lungo, sfidando altre procedure e cavilli burocratici. Importante è non farsi travolgere e ripetere come quel noto magistrato: resistere, resistere, resistere. S - COME SICUREZZA Parliamo ovviamente delle famose cinture. Il vostro cronista prova a raccontarvi una «normale» uscita in auto: dal vostro cinturato speciale. Prima regola, autodisciplina: lègati al sedile con un pensiero all’Alfieri: «volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». Se sei in un parcheggio guardati bene attorno, potrebbe esserci qualcuno che ha bisogno di aiuto: non abbandonarlo, del resto queste cinture affratellano, ci fanno sentire «legati» in un’unica famiglia (ha ragione il Poeta: aver compagni al duol, scema la pena). E’ anche difficile litigare: occorre sganciare la cintura (attenti al «rinculo» del moschettone sul naso), uscire dall’auto, affrontare l’avversario, poi (se tutto va bene) risalire, riagganciare e ripartire. Troppo complicato, meglio lasciar perdere. Arrivo in centro e cerco di parcheggiare. Individuo un’auto che sta per andar via; un colpo al freno e subito inserisco la freccia per prenotare il suo posto. Dietro di me una lunga fila. Il conducente ha dimenticato di allacciare la cintura. Si ferma. Armeggia per qualche minuto con difficoltà. Poi la pazienza mia e di chi mi segue comincia a cedere. Azzardo un colpo di clacson. Ottengo l’effetto contrario: il signore è più «incasinato» di prima. Ancora un «attimino» di pazienza, poi nuovo sollecito. A questo punto il signore, tutto rosso in viso, ma ormai allacciato, sporge a fatica la testa dall’auto e mi fa: «mi scusi, ma queste cinture...». E così sfuma la rabbia verso il compagno di sventura. A mia volta tento di metter fuori la testa dal finestrino per sussurrare agli inferociti «colleghi» in coda: «è per via delle cinture, un po’ di pazienza». Allora, come nel vecchio «gioco del telefono» che facevamo da bambini, una testa dopo l’altra, la «scusa» viene rilanciata fino all’ultimo malcapitato in coda (chissà cosa avrà capito il poveretto?). Alla magica parola «cintura», tutti si acquietano. Per via di agganciare e sganciare (lo avrò fatto una trentina di volte), ieri sera ho avuto una piccola delusione quando sono andato a dormire: ho cercato invano le cinture per agganciarmi al letto. La Gazzetta del Mezzogiorno 11.4.2004
Felice de Sanctis
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