A pagare e a morire c'è sempre tempo
Un insegnamento che gli italiani cercano di seguire alla lettera
23/10/2006 16.39.00

A pagare e a morire c’è sempre tempo, dice un vecchio adagio che gli italiani cercano, almeno per quanto riguarda le tasse, di seguire alla lettera (Nella foto, una significativa immagine di un quadro di Rita Raffaelli).
Pagare le imposte non piace a nessuno, meno che mai ai lavoratori autonomi e alle piccole e medie imprese. E’ questa la considerazione immediata che emerge dagli ultimi dati del Fondo monetario internazionale che registra un’evasione fiscale pari al 13% del Pil (prodotto interno lordo, cioè la ricchezza prodotta nel Paese) per una cifra di circa 250mila miliardi. Finora tutte le campagne antievasione dei vari ministri che si sono succeduti sulla scomoda poltrona delle Finanze, non hanno sortito i risultati sperati, anche se qualche passo avanti l’hanno compiuto: una goccia nell’oceano.
Come mai in Italia si evade tanto? Innanzitutto perché la pressione fiscale è alta e questo spinge chi può, a sottrarre al fisco qualcosa: soprattutto le imprese, che non sopravviverebbero in un mercato sempre più competitivo dovendo sostenere alti costi del lavoro, oneri contributivi elevati e una pressione fiscale impossibile. Inoltre, alla cattiva coscienza fiscale degli italiani contribuisce anche l’elevato numero di tasse, dovute a interventi governativi che si sono succeduti negli anni nel tentativo di recuperare con nuove imposte ciò che non si riusciva a far entrare con le precedenti. L’Irap ha messo un po’ d’ordine, ma non basta, perché questa nuova tassa ha accorpato appena 5 imposte: troppo poco. Ma è il lavoro autonomo il maggior responsabile dell’evasione. Mancano i controlli e soprattutto il sistema fiscale favorisce questa categoria di lavoratori: quale idraulico o falegname ha mai rilasciato la fattura? Inutile chiederla, sia perché non sappiamo cosa farcene, sia perché perderemmo l’artigiano, già abbastanza introvabile.
Come fare allora? La soluzione la conoscono anche al ministero delle finanze, ma non la mettono in pratica, anche perché occorrerebbe riformare il sistema fiscale italiano: è il «conflitto di interessi», che con il controllo incrociato impedirebbe anche all’evasore più incallito di farla franca. Se tutti i cittadini (soprattutto i lavoratori dipendenti, sempre più tartassati, senza possibilità di illudersi di evadere nemmeno mille lire) potessero scaricare le parcelle pagate a professionisti e artigiani, come avviene in altri Paesi, lo Stato incasserebbe molto di più e potrebbe ridurre anche le tasse. Insomma, pagare meno, pagare tutti. Il resto - redditometro, studi di settore, minimum tax e simili - sono solo palliativi.
Ma realizzare questa riforma è troppo faticoso, o impopolare. Meglio continuare a gridare all’evasione fiscale e a continuare come se nulla fosse. In caso di necessità ci inventiamo un nuovo balzello. Ma c’è chi si fa la domanda: l’evasione fiscale è davvero ricchezza sottratta al Paese? O quella ricchezza in mano ai privati è più fruttuosa che in mano allo Stato?

Felice de Sanctis
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