Bisturi sull’economia è l’ultima arma
07/01/1991 0.06.00
La coperta è diventata troppo corta. Prima non riusciva a riparare i piedi ora non basta nemmeno per le ginocchia e l'ammalata Italia ha sempre freddo. La manovra economica, già insufficiente a far fronte al deficit pubblico, soprattutto dopo gli «aggiustamenti» del Parlamento nella discussione della legge finanziaria, ha visto allargarsi sempre più il «buco» della spesa ed ora è lo stesso ministro del Bilancio, Cirino Pomicino, ad ammettere che entro questa settimana il Governo dovrà provvedere ad «emanare direttive severe in materia di spesa». In realtà la legge finanziaria si limitata a mere operazioni contabili (qualche ritocco qui, qualche limatura lì e così via), ben lontane dagli «interventi chirurgici senza anestesia» vagheggiati dal ministro del Tesoro, Carli. La coperta finanziaria si è ulteriormente ristretta anche per il fisco. E qui il presidente della commissione Bilancio del Senato, Nino Andreatta (foto), accusa: «Sono previsti diecimila miliardi di imposte che non esistono». E poi difficilmente si riuscirà ad incamerare quei fantomatici 5.600 miliardi delle argomento, infatti, si parla solo nei dibattiti e nelle tavole rotonde perché in realtà nessun politico ci crede e tantomeno le vuole e fa di tutto per renderle impossibili. Un esempio per tutti? La «statalizzazione» dell’Enimont. Invece, gli unici «gioielli» immediatamente vendibili, le banche, sono più che mai desiderio dei politici. E di darle ai privati non se ne parla nemmeno. Ora il Governo si appresta, entro l'11 gennaio, a varare questa «direttiva» per mettere subito sotto controllo l'andamento della spesa. Tale direttiva porrà un tetto del 25% all’ uso discrezionale della spesa di ciascun ministero e limiterà al minimo essenziale e solo alle cose realmente urgenti i nuovi disegni di legge che prevedono uscite per le casse dello Stato. Vogliamo scommettere che anche stavolta a pagare sarà il Mezzogiorno? La tensione congiunturale tende a crescere e ad aggravarsi, malgrado gli appelli, inascoltati della Confindustria che chiede a gran voce l’urgente risanamento dei conti dello Stato (la riduzione del fabbisogno complessivo nel periodo 1987-92 previsto in 5,4 punti percentuali nel 1988, si è ridotto a 35 punti nel documento di programmazione economico-finanaziaria del ‘90). Un’ulteriore conferma alla gravità della situazione viene dagli ultimi dati di ieri dell'Istat sul Pil (prodotto interno lordo), cresciuto del 3% nel primo trimestre del ‘90 e solo dell’1,8% negli altri due. Ma il fatto più preoccupante è che quest'anno lo Stato rischia di «mangiarsi» anche il Pil a causa del debito pubblico passato dal 93% dello stesso Pil nell’87 ad oltre il 100% nel ‘90, mentre per il ‘91 si prevede un peggioramento del 105%. Che vuol dire tutto ciò? Per semplificare: è come se una famiglia spendesse o si indebitasse in misura superiore alle sue entrate (stipendi, rendite ecc.). In pratica, una situazione fallimentare, per far fronte alla quale lo Stato deve ancora indebitarsi, emettendo Bot, Cct, Btp e simili, per 800mila miliardi, sui quali poi deve pagare gli interessi. Di qui le preoccupazioni del ministro. Carli che chiede un «governo forte» per l’economia (lo stesso ex direttore generale del Tesoro, Sarcinelli, ha confermato che uno dei motivi delle sue dimissioni è stata la scarsa fiducia nella reale volontà dei politici di riequilibrare spese ed entrate dello Stato). Ora siamo al primo «aggiustamento» del bilancio, ma inevitabilmente ne seguiranno altri per recuperare almeno le entrate mancate. Come? Ancora una volta con la leva fiscale e con forme di imposizione indiretta (aumenti della benzina, delle sigarette ecc.) che, alla fine, colpiscono due volte gli stessi contribuenti (lavoratori dipendenti), mentre restano sempre «a piede libero» i grossi evasori. Poi sono in vista molti rinnovi contrattuali e l’inflazione rischia di impennarsi. L’Italia spesso ha dimostrato di avere ottime capacità di recupero, ma i processi di crescita economica sono lenti, si possono accelerare fino ad un certo punto (ne sanno qualcosa i Paesi dell'Est), richiedono tempo, ma questa volta, prima del fatidico ‘93, di tempo ne è rimasto troppo poco. Occorre, perciò, affrettarsi, anche a varare quella riforma istituzionale, senza della quale ogni politica economica rischia di restare sulla carta. La Gazzetta del Mezzogiorno 1ª pag. - 7.1.1991
Felice de Sanctis
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