Il fantasma del debito pubblico
La politica del rigore parte dalla lotta all'evasione fiscale
19/12/2010 10.08.00

Felice de Sanctis
Il voto sulla fiducia al governo e le conseguenti polemiche hanno fatto passare in secondo piano una notizia che invece avrebbe meritato maggiore attenzione: la ulteriore crescita del debito pubblico che ad ottobre ha registrato un nuovo record superando quota 1.867,3 miliardi di euro, contro i 1.844 del mese precedente. A confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente che era di 1.804,5 miliardi, si ricava un peggioramento di 62,8 miliardi.
Questo record negativo equivale a un peso di circa 31.123 euro per ognuno dei 60 milioni di abitanti e di 88.923 euro a carico di ciascuna delle 21 milioni circa di famiglie italiane. Se a questa crescita del debito pubblico si aggiunge la notizia del calo delle entrate tributarie dell’1,8% (-5,2 miliardi) attestatosi a 294,307 miliardi rispetto al 2009, si capisce come la situazione economica italiana sia diventata ancora più critica. L’evasione fiscale italiana si calcola si aggiri intorno ai 100 miliardi di euro (il 15% del Pil), come imposta evasa, mentre l’imponibile evaso è di 270 milioni di euro. Intanto le uscite della spesa pubblica superano le entrate e il debito invece di ridursi, cresce, costringendo l’Italia, anche quando cala l’inflazione, a spendere l’8-9 per cento della ricchezza prodotta per pagare gli interessi passivi sui debiti: circa 80 miliardi l’anno (buttati a mare), che impediscono i necessari investimenti produttivi. Cifre da capogiro.
Se tutti gli evasori pagassero le tasse, gli italiani avrebbero in tasca 100 miliardi di euro in più all’anno, circa 8 miliardi in più al mese. In più l’Italia ha registrato un altro record negativo: l’aumento del 43,5% del Pil della pressione fiscale. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, comunque, non si dice preoccupato perché, sostiene, che a difendere l’Italia c’è sempre il risparmio delle famiglie, un sistema pensionistico riformato e la solidità delle banche.
Non la pensa allo stesso modo il Fondo monetario internazionale che sottolinea come il nostro enorme debito pubblico, che pesa sul Pil il 118,4% ci collochi a un passo dalla Grecia e dal possibile default. Ecco perché molte forze politiche sono preoccupate di un’eventuale scioglimento del Parlamento, al momento scongiurato, ma sempre in agguato, in quanto questo renderebbe più probabile il default e la svalutazione del debito con un possibile effetto a catena nei principali Paesi europei, come è avvenuto con la Grecia. E questo Germania e Francia non possono permetterlo e tale preoccupazione ci tutela da possibili rischi. In pratica la Merkel e Sarkozy contano più di Berlusconi e Bossi in questa situazione. Maggiore è il livello del debito pubblico del Paese, maggiore deve essere il cosiddetto “avanzo primario” necessario per “sostenere” quel debito, evitando che continui a crescere.
Per comprendere il significato e l’importanza del debito pubblico occorre pensare all’Italia come una famiglia. Attualmente questa famiglia guadagna ogni anno 100 euro e ha debiti per 106. I suoi debiti sono maggiori di quanto guadagnato. Ciò vuol dire che se la famiglia usasse tutto lo stipendio annuale per pagare il debito (non comprando cibo, vestiti, non usando acqua potabile, elettricità, telefono, etc.), non riuscirebbe comunque a liberarsi dai debiti. E quei debiti non pagati produrranno nuovi interessi, e quindi nuovi e maggiori debiti. Questa è la situazione dell’Italia oggi. In passato si era cominciato a ridurre il debito con un’operazione che si chiama avanzo primario. Di che si tratta? Cerchiamo di spiegarlo riprendendo l’esempio precedente.
La nostra famiglia che guadagna 100 euro l’anno, al 31 dicembre ha speso 99 euro (per il cibo, i vestiti, la benzina, il telefono, ecc. più gli interessi sul debito). Quell’euro (l’avanzo primario) va a pagare il debito che quindi da 106 euro passa a 105. Oggi siamo 20 punti percentuali sopra le stime tra debito/Pil, e l'Unione Europea fa sapere che bisogna azzerare il deficit e rientrare ogni anno del 3% circa sul debito. Comunque tutti gli analisti concordano che se non si ottengono performance di avanzi primari dell'ordine del 5%, l'Italia cadrà a picco. Intanto, nel 2009 è stato prosciugato quasi tutto l'avanzo primario accumulato in precedenza, riducendolo allo 0,6%. Secondo gli economisti, nel 2011 il debito pubblico italiano toccherà quota 120% del Pil contro l’86% della Francia (80 miliardi di interessi da pagare contro i 35 di Parigi).
Quindi, se non si provvederà a ridurre ulteriormente la spesa pubblica ci avvicineremo pericolosamente nella fascia dei cosiddetti Paesi Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Conseguenza di tutto questo, è il vistoso calo dei consumi con l’eccezione del settore lusso e moda (record di Prada +20%, mentre Armani, Tod’s, Dolce e Gabbana, Zegan e Diesel registrano un +10%) a conferma che ad essere penalizzati maggiormente sono i lavoratori dipendenti e i pensionati, o meglio quelli sono a reddito fisso, che non hanno alcuna possibilità di evadere. E questa fascia rappresenta il ceto medio italiano (il 60% della popolazione) che va impoverendosi.
A ciò si aggiunge la crescita della disoccupazione dell’11% ed ecco spiegata la crisi: non crescono i redditi e quindi calano i consumi, mentre anche la lieve crescita italiana è comunque jobless, come la chiamano gli anglosassoni, cioè senza lavoro e quindi senza stipendi e senza possibilità di spendere. Poiché non ci sono in vista aumenti di occupazione, né aumenti in busta paga, è prevedibile che la debolezza dei consumi vada ancora avanti per parecchio, facendo ristagnare l’economia. Con l’approvazione della manovra finanziaria, oggi chiamata legge di stabilità, c’è il famigerato “decreto milleproroghe” nel quale vengono inserite tutte le mine vaganti di spese richieste dalle varie lobbies economiche e che rischiano di far saltare i conti. Né possiamo sperare in un rilancio della domanda interna perché sia i cittadini sia la pubblica amministrazione non hanno più soldi. I prossimi mesi saranno determinanti per stabilire se una politica economica del rigore, con una concreta lotta all’evasione, potrà essere attuata da un governo debole come quello attuale, che tra l’altro nei suoi programmi non parla di una strategia per rientrare dal debito.
Oppure Berlusconi sarà costretto a gettare la spugna e andare a un governo tecnico o a nuove elezioni. I sacrifici saranno, comunque, inevitabili se si vuole evitare l’escalation del debito pubblico, purché questo avvenga con uno sforzo per riequilibrare la ricchezza, senza penalizzare ancora chi già oggi soffre più degli altri.
La Gazzetta del Mezzogiorno 19.12.2010

Felice de Sanctis
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