La deriva populista
L’abitudine ormai consolidata di appellarsi al popolo per legittimare ogni propria azione in nome di un vasto consenso ottenuto, rappresenta un utile escamotage per poter governare senza controlli e soprattutto senza critiche. Ma quando non si accettano o meglio non si ammettono critiche, l’oligarchia è dietro l’angolo
15/10/2008 19.26.00
Populismo, è questo il fenomeno che stiamo vivendo in Italia e a Molfetta da qualche anno a questa parte. Ci sembrava che il Sudamerica fosse lontano, ci ispiravamo al Nordamerica, forse (ma non tanto) inconsciamente ci avviavamo verso questa strada pericolosa, che non ha mai uno sbocco democratico e non è essa stessa per nulla attinente alla democrazia. L’abitudine ormai consolidata di appellarsi al popolo per legittimare ogni propria azione in nome di un vasto consenso ottenuto, rappresenta un utile escamotage per poter governare senza controlli e soprattutto senza critiche. Ma quando non si accettano o meglio non si ammettono critiche, l’oligarchia è dietro l’angolo. Del resto, in democrazia, l’ampia legittimazione popolare di cui godono il governo nazionale e quello locale non significa che sia vietata ogni forma di critica, né che si debba rinunciare ad esprimere liberamente le proprie opinioni, senza timore di ritorsioni presenti o future. Il «pensiero unico» temuto da tanti intellettuali, è dominante nella nostra società ormai mediatica per quell’eccesso di presenzialismo che ci fa desiderare di avere anche un solo attimo di celebrità pubblica, senza considerare che la stessa esposizione dei propri problemi anche familiari (vedi l’ultimo esempio della distorsione mediatica, il cosiddetto “Matrimovie”, che sta facendo parlare di Molfetta anche in Europa, non si sa quanto positivamente, per la proiezione al cinema del film della festa del proprio matrimonio) alla fine potrebbe anche rivelarsi un boomerang al prezzo di un attimo di presunta celebrità o di volgare visibilità. Ma il populismo di Silvio Berlusconi a Roma e di Antonio Azzollini a Molfetta nasconde, in realtà, la paura di confrontarsi con la realtà e con una verità che il più delle volte è scomoda (vedi il caso del rifiuto di inserire almeno una donna all’interno della giunta comunale, contro ogni logica, solo per mantenere una testarda posizione indifendibile, da parte del sindaco, che non sa come giustificare questa posizione e finisce col negare anche la realtà). Lo stesso timore del primo cittadino di concedere un’intervista o di affrontare un giornalista, magari un po’ più esperto, come accade regolarmente con “Quindici” che non riesce ad ottenere un’intervista, nemmeno via mail dal sindaco, nasconde, forse, l’errato timore di Azzollini che possa emergere qualche suo lato debole, qualche umanissimo e comprensibilissimo difetto che potrebbe scalfire quell’immagine di sé costruita faticosamente, facendo credere alla gente di essere la persona capace, con un colpo di bacchetta magica alla Mandrake (come l’abbiamo subito etichettato) e un volo a Roma, di risolvere tutti i problemi della città e dei suoi abitanti. Le (false) risposte ai bisogni dei cittadini, che nell’immediato danno l’illusione di essere concrete, rischiano di essere inefficaci o perfino dannose nel medio-lungo periodo. Governare i problemi, il compito che si sono assunti i politici, non è facile, soprattutto in una società dove le contraddizioni superano le certezze. Ma oggi si vive alla giornata, magari consumando perfino le risorse ambientali, senza guardare in prospettiva a quello che lasceremo ai figli e soprattutto ai nipoti. E questo vale a Molfetta per lo stravolgimento delle lame come per la crescita dei rifiuti. Tutto questo avviene perché la gente misura ogni comportamento col modello televisivo, quel grande fratello che ormai detta i comportamenti di tutti noi, partendo dal vertice per finire a cascata fino alla base di una piramide sociale sempre più franosa. Il rifiuto della partecipazione, preferendo il comodo rifugio privato, ha lasciato a pochi personaggi, anche con scarso senso sociale, la gestione non solo del nostro presente, ma anche del futuro. Del resto non è un mistero che anche a livello amministrativo non c’è più quella passione di una volta per le scelte del governo locale. Nascono così i problemi boomerang come quello dell’erigenda caserma della capitaneria di porto che, solo una mattina di settembre, si finge di scoprire collocata in un posto sbagliato, dopo aver autorizzato l’inizio dei lavori, collocando anche semafori per regolare entrata e uscita dei camion dal cantiere. Nasce così il problema della piscina comunale che, un giorno si scopre non più coperta dal contratto del Coni, già scaduto, ma che non si è provveduto a rinnovare in tempo o a trovare un’alternativa gestionale, per cui si lascia andare tutto in malora, con buona pace delle famiglie, degli atleti e degli stessi frequentatori. Stesso discorso per le strade, sempre più dissetate, di cui Quindici, come dei problemi precedenti, si occupa in questo numero, cercando di capire e approfondire la questione. Non a caso questa volta parliamo anche del fenomeno del ’68, in occasione del quarantennale della rivolta giovanile, che è stata l’ultima rivoluzione del Novecento. Cosa è rimasto di quella voglia di cambiamento, cosa è rimasto anche di quei valori che i giovani volevano rappresentare? Solo un conformismo di maniera e una restaurazione conservatrice, oggi dominante, grazie a quel populismo che tende a semplificare anche cose complesse, per avere mani libere nella gestione del potere. Negli anni Sessanta si era cercato di diffondere valori universali di pace, tolleranza, rispetto per il diverso. Quegli anni sono stati la generosa e spontanea espressione sociale di questi valori, i giovani li hanno rilanciati creativamente, con la speranza che il mondo si potesse cambiarlo... Ma poi, scoperto che il cambiamento era difficile e richiedeva sacrifici e prezzi alti, si è preferito da un lato passare armi e bagagli alla nuova destra berlusconiana e dall’altro rifugiarsi nel privato. E nella società virtuale del nostro tempo si è passati dal problema della disoccupazione o dell’inoccupazione giovanile (come la chiamava Salvemini) alla realtà di quei lavoratori dipendenti che il lavoro lo hanno, ma il reddito che produce non è sufficiente ad arrivare a fine mese. Nasce di qui la precarizzazione del lavoro, divenuta, come abbiamo scritto sul numero di Quindici di settembre, ospitando le testimonianze di una diecina di ragazzi, una regola con il suo contorno di soprusi e di insicurezza dell’impiego. Ecco il ricordo attualissimo del ’68 quando il filosofo Herbert Marcuse nella sua opera L’uomo a una dimensione sosteneva che il sistema tecnologico ha la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l'individuo in un frenetico universo cosmico in cui possa mimetizzarsi. Il sistema si ammanta di forme pluralistiche e democratiche che però sono puramente illusorie perché le decisioni in realtà sono sempre nelle mani di pochi. «Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà – egli affermava - prevale nella civiltà industriale avanzata segno di progresso tecnico»; la stessa tolleranza di cui si vanta tale società, è repressiva perché è valida soltanto riguardo a ciò che non mette in discussione il sistema stesso. Non è azzardato sostenere che il testo di Marcuse anticipa i termini delle questioni odierne e ciò lo fa apparire moderno. In un altro recente libro di Colin Crouch, c’è un’efficace definizione della nostra nuova realtà politica: postdemocrazia, in cui si crea l’immagine del consenso popolare giocando sui sondaggi, o semplicemente evocando il fantasma di un “popolo”. Così facendo il populista identifica i propri progetti con la volontà del popolo e poi, se ci riesce (e sovente ci riesce) trasforma in quel popolo che lui ha inventato una buona porzione di cittadini, affascinati da un’immagine virtuale in cui finiscono per identificarsi. Il populismo, in verità, è pericoloso perché, come già insegnava Tacito (Annali 1,29) Nihil in vugo modicum, nel popolo non c’è nulla di moderato, anzi Cicerone si spinge oltre definendolo immanius belva, l’animale più mostruoso. Del resto appare fondato anche il timore degli altri Paesi occidentali che l’Italia possa diventare una forma di regime populista, insidiosa deformazione della democrazia liberale, perché il leader «interpreta» il volere delle masse e chi gli si oppone è visto come nemico del popolo. Ecco perché la speranza di un’inversione di tendenza oggi è possibile solo trovando un’unità sui valori, facendo pesare a livello nazionale e locale ciò che la gente pensa e provando a ricostruire quei luoghi di partecipazione e di aggregazione, partiti, circoli, associazioni, dove può formarsi una nuova classe dirigente più responsabile e consapevole del proprio ruolo sociale, di quella attuale. Solo così nascerà la nuova Italia solidale, tollerante, multietnica e soprattutto garante dei diritti dei cittadini, in un mondo globalizzato dove la logica della paura (alimentata ad arte anche dai nostri governanti) sta prevalendo su quella della sicurezza e del dialogo. Quindici - 15.10.08
Felice de Sanctis
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