La società docile che piace al potere
Oggi «docilità» significa non avere un’opinione diversa da quella dominante, accettare senza problemi ciò che il padrone di turno «consiglia o suggerisce» in una dittatura soft che ti fa credere di far parte di una realtà condivisa, senza accorgerti che, in pratica, sei diventato conformista
15/09/2008 18.50.00
Paure, inquietudini, preoccupazioni, ansie di ogni tipo, sono queste le sensazioni dominanti nella nostra società che ormai viene definita la «società della paura». L’Italia sembra un Paese sfiduciato che non crede più a nulla e scivola verso l’indifferenza, l’egoismo, l’intolleranza e si afferma sempre più la sensazione di appartenere ad una «società docile», come l’ha definita qualcuno, una società indifferente alla partecipazione politica. Nanni Moratti e poi Eugenio Scalfari in questi mesi estivi hanno animato una discussione sulla mancanza di un’opposizione politica e, ancora peggio, sull’assenza di un’opinione pubblica, che è il sale della democrazia, soprattutto quando assume posizioni critiche verso il potere. La tendenza diffusa in Italia, come a Molfetta, è quella di addormentare (o manipolare?) l’opinione pubblica orientando l’interesse dei cittadini verso i propri interessi privati. E le paure diffuse alimentano ancora di più questo rifugio nel privato che giova soltanto al potere. Del resto l’aver affidato il potere con grande numero di consensi a un gruppo politico, ha fatto sì che quest’ultimo si senta legittimato a governare senza dover rispondere a nessuno. «La gente ci ha votato», ripetono in coro il premier Silvio Berlusconi e il sindaco Antonio Azzollini, in un delirio populistico che li spinge ad essere intolleranti verso le minoranze, verso chi dissente, verso chi disturba il manovratore. Così le minoranze, il cui compito è proprio quello di esprimere dissenso, vengono viste con fastidio, ed anche la «società docile» le considera motivo di disturbo e finisce per trovarsi in sintonia col potere di cui resta vittima inconsapevole, ma soddisfatta. In questo clima, diventa difficile anche pronunciare un parere contrario, manifestare un’opinione differente a quella dominante, la quale provvede attraverso la diffusione di notizie pilotate a informare l’opinione pubblica su tutte le proprie attività e se un giornale o un giornalista esprime un parere diverso viene messo all’indice e additato come «rompiballe». Insomma, essere fuori dal coro, oggi, è ancora più difficile. Essere liberi diventa una condanna senza appello, soprattutto se non ci si conforma all’opinione dominante, ma anche a quella di una minoranza ormai senza identità che si aggrappa a cliché superati per non ammettere di essere nuda. Oggi «docilità» significa non avere un’opinione diversa da quella dominante (meglio sarebbe dire «imposta»), significa accettare senza problemi ciò che il padrone di turno «consiglia o suggerisce» in una dittatura soft che ti fa credere di far parte di una realtà condivisa e accettata liberamente, senza accorgerti che, in pratica, sei diventato conformista. E così, non c’è più bisogno di usare la forza per imporre le proprie idee, basta far sentire l’opinione pubblica come parte del gruppo di maggioranza, far sentire ciascuno parte del gruppo vincente, addomesticandolo come un fedele cagnolino obbediente al padrone, ma feroce con gli estranei o con chi critica il capo. E il passaggio da cittadino a spettatore è drammaticamente breve. Questa situazione dovrebbe produrre un’opposizione forte che si identifichi in quell’area di centro e di sinistra progressista capace di dare voce a tutti coloro che, pur da una posizione minoritaria, chiedono di essere rappresentati, di non essere risucchiati nel conformismo dilagante e appagante. A Molfetta assistiamo, invece, all’arroganza del potere da una parte, il centrodestra (e la vicenda del rifiuto di inserire una donna in giunta è sintomatica) che non ammette critiche e alla inconsistenza dell’opposizione di centrosinistra incapace di esprimere una unità e un’identità culturale. Lo stesso Partito democratico ancora in fasce, produce una «opposizione letargica», come la definisce Giuseppe De Rita, di fronte alla crescente perdita di legalità e verità nel paese. Senza regole è più facile governare e così la «democrazia» consente a chiunque di mettere una bancarella di frutta ad ogni angolo di strada, senza problemi di garantire un minimo standard di sicurezza dei prodotti e la gente, ingenuamente (o per necessità) compra perché risparmia qualche euro. Allo stesso modo si costruiscono case in maniera selvaggia, senza assicurare prima le opere di urbanizzazione, mentre proliferano le cooperative edilizie non tutte regolari e in regola, con la logica della prevalenza del business del mattone, mentre ci si dimentica perfino del rischio delle lame, edificando anche all’interno di esse. Ne parliamo diffusamente su questo numero che contiene anche le testimonianze di alcuni giovani precari che subiscono una politica sbagliata e sono costretti a vivere alla giornata. La nostra è una società che ha perduto la memoria, che vive senza passato, ma anche senza futuro. E i giovani sono le vittime di questa realtà senza valori che li porta a schiantarsi in una notte di fine estate con un’auto a folle velocità per bruciare nel brivido di un attimo, un’intera esistenza. Aveva ragione Oscar Wilde quando sosteneva, già nella metà dell’Ottocento, che si conosce il prezzo di tutte le cose e il valore di nessuna. Quindici 15.9.2008
Felice de Sanctis
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