La vera discontinuità
Vanno recuperati soprattutto quei valori perduti nel corso di questi anni, va ripristinata la cultura delle regole e della legalità, senza delle quali una comunità non può crescere e svilupparsi
15/03/2008 18.18.00
Nella tormentata vicenda amministrativa di questa città, che torna al voto dopo meno di due anni dalle passate consultazioni (28 maggio 2006), ci sono sempre alcuni gruppi o personaggi abituati a spostarsi da una parte o dall’altra a seconda delle convenienze o delle valutazioni politiche e a determinare la vittoria della destra o della sinistra. La mancanza di un polo di aggregazione politica e di una forte area di riferimento radicata sul territorio, fa sì che ad essere strategici siano anche piccoli gruppi che diventano determinanti per la vittoria di uno o dell’altro. È questo un fenomeno sconosciuto nella cosiddetta Prima Repubblica, sia per la presenza all’epoca di un sistema elettorale proporzionale (che più di uno oggi rimpiange), sia per la qualità di una classe dirigente che si formava alla scuola di partito, che attendeva il proprio turno per approdare nelle aule del consiglio comunale o in quelli più importanti della Regione e del Parlamento. Si formava così una sorta di apprendistato della politica, fatta ancora in modo artigianale, sia come concezione che come retribuzione. L’avvento del maggioritario, senza limite di sbarramento, ha scombinato un po’ le carte, ma soprattutto ha favorito la formazione di partiti, gruppi o movimenti di scarsa qualità, un personale politico che s’offre al migliore offerente ed è in grado di determinare la pendenza della bilancia da una o dall’altra parte. Il risultato di questa situazione è quello di una profonda instabilità politica, dovuta alle successive pretese di chi, dopo, porta la «cambiale» all’incasso. E, in molti casi, queste «cambiali» sono la causa di crisi amministrative e di maggioranze instabili che, alla fine, non riescono a garantire la governabilità. L’unica novità in questo scenario poco idilliaco, è rappresentata dal Partito Democratico che, pur nato male per via di una selezione fatta con Primarie abbastanza condizionate dagli ex dirigenti dei due partiti principali, Margherita e Ds, rappresenta pur sempre, a torto o a ragione, motivo di speranza di cambiamento. La strategia politica del centrosinistra con l’invenzione del Partito Democratico, ha spinto anche Berlusconi a creare, dalla sera alla mattina, un nuovo partito, senza passare attraverso il doloroso e difficile processo di fusione avvenuto dal versante opposto. E’ nato così il Popolo della libertà, nel quale sono confluiti, per ora solo in vista delle elezioni, Forza Italia e An. L’improvvisa caduta del governo Prodi, favorita dallo stesso Berlusconi nel timore di un possibile consolidamento del centrosinistra, ha impedito al Pd di organizzarsi, ritrovandosi così ad affrontare un duro confronto elettorale puntando sullo slogan del partito nuovo, per cercare di attrarre l’elettorato moderato e riformista e soprattutto coloro che erano scontenti della situazione precedente. A Molfetta questa operazione è stata più difficile soprattutto per la mancanza non solo di risorse economiche, ma soprattutto di risorse umane, a causa del depauperamento di quel patrimonio della società civile che nel corso degli ultimi anni, di fronte alla degenerazione della politica locale, si era disperso in mille rivoli. Di fronte a una situazione di potere consolidato di Forza Italia e del sen. Antonio Azzollini, l’unica strada da percorrere era quella di attrarre le forze centriste, alleate dello stesso senatore, in un progetto definito dagli avversari di «emergenza» o «riscossa democratica» e perfino di «salute pubblica». L’operazione, pur nella sua complessità, non ha trovato molti ostacoli perché è stata indirettamente favorita dallo stesso Azzollini che, a detta dei suoi ex alleati, soprattutto Enzo de Cosmo (nella foto) e Udc, aveva accentrato tutto il potere nelle sue mani e soprattutto aveva dato uno schiaffo alla città, abbandonando a se stesso il consiglio comunale, per assecondare la sua ambizione di tornare fra i banchi di Palazzo Madama. Ma la creazione di una grande coalizione di centro, allargata al Pd per l’«emergenza democratica», non è stata indolore, perché ha provocato fratture e dissensi nel neonato partito, a causa della presenza nell’Udc di persone non gradite ad alcuni esponenti dello stesso Pd. Sulla carta questa coalizione dovrebbe poter vincere al primo turno con circa il 60% dei voti, ma le urne possono riservare sempre sgradite sorprese. Sul fronte opposto il sen. Antonio Azzollini è anch’egli sicuro di vincere attingendo a risorse di consenso maturate durante il suo mandato di sindaco, ma la matematica questa volta non gli darebbe ragione. La perdita dell’Udc, di una parte di An, del gruppo di de Cosmo e di altre forze di centro, potrebbero ribaltare questa sua previsione. La Sinistra l’Arcobaleno, non condividendo l’accordo con il centro ex alleato con Azzollini, si è smarcata nel segno della discontinuità e ha deciso di correre da sola, puntando, giustamente, sullo scontento a sinistra, per cui è possibile che riesca a portare a casa un buon risultato. Insomma, la parola d’ordine di questa campagna elettorale sembra essere proprio quella della «discontinuità» per la grande alleanza di centro una discontinuità dal senatore e per la sinistra una discontinuità dal grande centro. Una cosa è certa, per vincere occorre fare i conti con l’area moderata che, però, va resa più omogenea a un progetto di interessi collettivi, respingendo le tentazioni personalistiche e i possibili interessi individuali per riuscire a rilanciare Molfetta, il cui destino non può essere legato solo al porto. Sempre che il progetto vada a termine. Ma vanno recuperati soprattutto quei valori perduti nel corso di questi anni, va ripristinata la cultura delle regole e della legalità, senza delle quali una comunità non può crescere e svilupparsi. Non basta avere una grande zona industriale per fare ricca una città, occorre un progetto condiviso, dove ognuno sia disponibile a fare un passo indietro nell’interesse generale. Questa sarebbe la vera discontinuità. Quindici 15.3.2008
Felice de Sanctis
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