Il rischio dell’antipolitica
Si ha l’impressione che oggi tutto sia consentito e questo alimenta una cultura della libertà assoluta, che prescinde dagli altri. E questo vale sia per la vita politica sia per quella civile
15/09/2007 17.33.00
Sembra che l’antipolitica stia man mano avanzando nel nostro Paese, favorita dal comportamento e dall’essenza stessa di una classe politica e dirigente che - scomparsi i partiti di massa e i riferimenti ideologici, giusti o sbagliati che fossero – abbia come obiettivo solo l’incremento dei patrimoni privati. Certamente anche in passato la classe dirigente o una larga fetta di essa aveva il medesimo obiettivo, ma riusciva almeno a garantire uno sviluppo economico e una crescita del benessere, che finiva per mascherare quell’interesse “particulare” guicciardiniano almeno nella sensazione collettiva. Oggi, invece, grazie anche alla forza prepotente della televisione, si impone un modello di vita che punta al successo a discapito degli altri, che punta alla caccia al voto, più che al consenso, per arrivare a un benessere economico che attraverso il semplice ed onesto lavoro richiederebbe anni di attesa, quando va bene. Di qui l’avanzare sulla scena politica di partiti e personaggi, una volta impresentabili, che oggi irrompono con la loro arroganza e prepotenza frutto di una mancata educazione al rispetto degli altri e soprattutto al rispetto delle regole. Si ha l’impressione che oggi tutto sia consentito e questo alimenta una cultura della libertà assoluta (c’è anche chi in nome della libertà commette le più gravi scorrettezze e, forse, nemmeno se ne accorge) che prescinde dagli altri. E questo vale sia per la vita politica sia per quella civile. Quel vecchio detto spesso citato da Martin Luther King che recita: “La mia libertà finisce dove comincia la tua” sembra un retaggio del passato e ogni volta che si fa riferimento ai doveri, ci si sente rispondere in termini di diritti assoluti in nome di questa presunta “libertà”. Leggevo qualche giorno fa un’intervista al regista Mario Monicelli sul Corriere della Sera e mi ha colpito la sua risposta a chi gli chiedeva perché non faceva più quei bei film della commedia italiana: “La società è diventata così informe, ludica, schiava del mercato e quindi pronta a sopraffare, a ingannare, a idealizzare il truffatore più abile a fare un eroe di chi diventa ricco e potente col raggiro. C’è una tale involuzione morale, etica che un autore non sa cosa raccontare. È sempre sorpassato dalla realtà, arriva sempre in ritardo. Ironia? Piuttosto servirebbero film sull’indignazione. Oggi non c’è niente da ridere”. Un ritratto senza attenuanti dell’Italia di oggi. Resto sempre dell’idea che l’esempio, il modello, come ci hanno insegnato i nostri padri, rappresenti la strada migliore per imporre una filosofia di vita ad un paese. E oggi qual è il modello di riferimento? Il berlusconismo che porta al successo a qualsiasi prezzo ed è un modello vincente, imposto dalla tv e da molti media. Il risultato è la società che ci ritroviamo e della quale ci lamentiamo. Una società dove trionfa l’ipocrisia, quell’ipocrisia che già novant’anni fa Antonio Gramsci considerava presente nel Dna degli italiani. «Una delle forme più appariscenti e vistose del carattere italiano - scriveva nel marzo del 1917 sull’Avanti il giovane Gramsci - è l’ipocrisia. Ipocrisia in tutte le forme della vita: nella vita familiare, nella vita politica, negli affari. La sfiducia reciproca, il sottointeso sleale corrodono nel nostro paese tutte le forme di rapporto: i rapporti tra singolo e singolo, i rapporti tra singolo e collettività. L’ipocrisia del carattere italiano è in dipendenza assoluta con la mancanza di libertà. E una forma di resistenza. L’ipocrisia nei rapporti tra singolo e collettività è una conseguenza dei paterni governi polizieschi che hanno preceduto e seguito l’unificazione del regno d’Italia. L’ipocrisia nei rapporti tra singolo e singolo è una conseguenza dell’educazione gesuitica che si è impartita e si continua a impartisi nelle scuole e nelle famiglie, e che scaturisce spontanea dall’esperienza della vita quotidiana». Parole profetiche e soprattutto perfettamente attuali se si pensa alla degenerazione della politica che ha prodotto corruzione e mafia, incertezza del diritto, disuguaglianza e degrado dei rapporti umani. Si spiega così l’avanzata del Grillo parlante, del “pifferaio magico” che porta tanta gente in piazza per protestare contro la politica nel “vaffanculo day” e chiedere un paese più pulito. Ma, come scrivevo qualche giorno fa sulla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno in una breve riflessione su questo fenomeno, è sempre rischioso cavalcare la legittima protesta della gente, senza un serio progetto politico alternativo. Il rischio è che si possa sfociare nel qualunquismo, che è sempre anticamera della dittatura. Nell’ultimo numero di Quindici facevo riferimento al lassismo imperante a Molfetta, come causa della degenerazione civile della nostra città, oggi registriamo una significativa lettera inviataci dalla signora Cristina Mazzavillani, moglie del Maestro molfettese Riccardo Muti (nella foto), che coglie un’immagine poco edificante di quella città, che lei ha imparato negli anni ad amare e lancia un appello ai molfettesi perché riprendano il loro orgoglio per ridarle decoro, come un tempo. Inutile dire che condividiamo la sua lettera che conferma il pessimo biglietto da visita che offre Molfetta, ma questa immagine non è altro che lo specchio di quella degenerazione di cui parlavamo prima e che nella nostra città si manifesta in maniera diffusa. Un esempio ne è il borgo antico che sembra tornato indietro di oltre 10 anni, come scrivono gli stessi abitanti, ai quali abbiamo dato la parola in modo diretto senza mediazioni, per rendere la loro denuncia più efficace. Uno dei problemi che viene sottovalutato e che fa da sfondo a questa degenerazione è quello dell’illegalità, della piccola criminalità o del “semplice” bullismo. Una certa cultura politica oggi ritiene che occorra lasciar fare, che si debba tollerare il mancato rispetto delle regole e che certi fenomeni scompaiano da soli o che siano da tollerare perché figli di un disagio sociale comprensibile. È una logica completamente sbagliata, perché se non si combatte o si previene la piccola illegalità e perfino quel “tollerabile” bullismo, si alimenta la grande criminalità, come insegna l’esperienza del recente passato relativa al supermarket della droga, nato proprio dalla tolleranza dell’epoca e poi sfociato nella grande criminalità debellata con la straordinaria operazione “Reset Bancomat”. La gente ci scrive e si lamenta dell’assenza del controllo del territorio, ma più che imputarla alle forze dell’ordine, se la prende con i vigili urbani (compreso il piantone dell’ufficio del centro storico, il provvedimento più inutile adottato dal sindaco e dall’assessore al ramo, malgrado lo strombazzamento inaugurale). Poveretti, non hanno colpe, son troppo pochi come ci dice il comandante Gadaleta, che, di fronte alle richieste continue, allarga le braccia. Ecco questo sarebbe un provvedimento utile, al di là di tante chiacchiere: cominciamo almeno a triplicare l’organico, sfidando anche tutti i limiti imposti dalla spesa pubblica, o trovando le soluzioni alternative. È questo il compito della politica. Ma i politici che fanno? Ignorano tutto e pensano alla caccia dei voti, simboleggiati oggi da quel Pino Amato che ha girato tutti i partiti e ne ha fatto qualcuno di suo, offrendo in cambio un pacchetto di voti. È questa la politica? Un mercato che sta travolgendo un partito come Alleanza Nazionale, che in realtà ha contato sempre poco sia a Roma, come a Molfetta, schiacciato su Forza Italia, debitore dello sdoganamento postfascista che ha consentito a Fini di andare al governo. E anche qui la moneta cattiva scaccia quella buona, con buona pace dell’interesse collettivo. Mentre il centrosinistra si dibatte su questo misterioso oggetto che appare oggi il Partito Democratico, i cui contorni appaiono ancora confusi. E così l’antipolitica alla Grillo rischia di travolgere quella classe dirigente incapace, ma c’è il pericolo di buttare via, con l’acqua sporca, anche il bambino. Quindici 15.9.2007
Felice de Sanctis
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