Un suicidio annunciato
15/06/2006 23.02.00
Dopo la “sbornia” elettorale è il momento delle analisi. Le faranno i vincitori del centrodestra che hanno portato all’elezione del senatore Antonio Azzollini alla carica di sindaco (nella foto, Palazzo Giuovene, sede del consiglio comunale) per decidere i posti di potere in base al peso elettorale e quindi la divisione degli incarichi di governo e sottogoverno. Ma le faranno soprattutto le forze politiche del centrosinistra e certamente non mancheranno regolamenti di conti e duri scontri non solo per la sconfitta, ma soprattutto per le sue proporzioni. Una prima analisi la facciamo anche noi, anche se a caldo (altre ne seguiranno): a poche ore dal voto non si possono considerare tutti i fattori che hanno determinato questo risultato che lascia amareggiato il candidato sindaco dell’Unione, Lillino Di Gioia, che ha dichiarato a Quindici: mi aspettavo di più. In realtà sulla carta sarebbe stato il vincitore, o almeno avrebbe perso con uno scarto minimo, come è accaduto al ballottaggio per l’altro candidato sindaco Tommaso Minervini. Nel centrosinistra hanno giocato molti fattori, ma più di tutti l’ambiguità, che non ha premiato la coalizione. Tre i fattori hanno determinato la sconfitta in modo evidente: il fattore L (Lillino), il fattore V (Visaggio) e il fattore C (clima elettorale). Cominciamo dal primo: il fattore L è stato contemporaneamente la forza e la debolezza dell’Unione. La forza perché è riuscito a coagulare quasi tutte le anime del centrosinistra (e non è facile), ma troppo tardi. La debolezza perché fin dall’inizio c’è stata una sorta di delegittimazione del candidato a cominciare da Guglielmo Minervini, assessore regionale della Margherita che, deluso per la sconfitta del suo candidato sindaco alle primarie, Cosimo Altomare, ha sottovalutato la necessità di fare subito quadrato sul vincitore Di Gioia, come ha fatto l’altro candidato alle primarie Vito Copertino che, pur essendo molto più distante politicamente, ha compreso quale fosse la strategia vincente. Poi anch’egli ha preso prima le distanze, ma poi è ritornato a sostenere Lillino, quando ha capito che il fattore C poteva essere devastante per la coalizione. E questi ritardi e incertezze vanno messi in conto, senza attribuire responsabilità e riserve mentali a nessuno, ma solo come elementi di scarsa visione politica e soprattutto comunicativa: fare squadra subito avrebbe avuto un altro impatto sull’elettorato. E qui si aggiunge il fattore più devastante della sconfitta, il fattore C, quel clima elettorale di divisione, di scontri, di delegittimazione, di invito all’astensione, di quasi «vergogna» di far parte di una squadra, compattatasi (tranne i soliti «irriducibili», che qualcuno definisce «estremisti», ma che in realtà sono solo «confusionisti» e individualisti, «cani sciolti» nel senso negativo del termine, che difficilmente riuscirebbero a fare gruppo in qualsiasi situazione, quasi «anarchici» nel rispetto delle regole) all’ultim’ora: troppo tardi per trasmettere un messaggio di sicurezza alla città. Dopo le primarie (e qui, forse, andrebbe inserito un altro fattore P, ma poi diventerebbero troppi) per la scelta del candidato sindaco, Quindici sostenne chiaramente, senza tentennamenti (e questo atteggiamento va riconosciuto anche ad un solo partito della coalizione: i Ds) che il risultato andava rispettato, proprio in ossequi a quelle regole che non si possono chiedere agli altri e non accettare per se stessi, anche quando non piacciono o non fanno comodo. Che dire poi dei cosiddetti «liberatori» che hanno liberato solo se stessi da una decisione sofferta, difficile, scomoda, ma necessaria all’Unione del centrosinistra, preferendo una scelta «alternativa» finché si vuole, ma anche un po’ «demagogica» di creare una nuova formazione politica che rispondeva più alle ambizioni di qualcuno, che a una reale domanda alternativa dell’elettorato di sinistra e il misero risultato elettorale ne è una conferma (452 voti). Se a questo si aggiunge la violenza verbale di certi personaggi che si considerano unici depositari della «legalità» con accuse infamanti, finora non provate, e conseguenti querele da parte di Azzollini e Di Gioia (potremmo aggiungerci anche noi di Quindici, per gli insulti ricevuti, ma non lo faremo perché ci ripugna il ricorso alla carta bollata, anche perché con questa non sempre si riesce ad ottenere giustizia), la «frittata è fatta», direbbero le nostre nonne. In pratica, questi atteggiamenti anche di una certa parte della sinistra, compresi alcuni dissidenti di Rifondazione comunista che non si sono riconosciuti nella decisione del partito di appoggiare Di Gioia, pur non portando voti alle liste «alternative», sono serviti, però, a creare un clima elettorale di confusione e di sospetto, a tutto vantaggio di un centrodestra che è riuscito, soprattutto nel ballottaggio a creare maggiori aspettative, forse anche per improbabili interessi, ma certo con argomenti più convincenti. Del resto, basti considerare l’alta percentuale di astensione (che per la prima volta ha favorito il centrodestra) e di schede bianche e nulle, a cui si aggiungono i voti di quegli elettori incerti che ogni volta fanno la differenza. A tutto ciò si aggiunge il famoso fattore V e la Rosa nel pugno (locale) di cui abbiamo già ampiamente parlato anche sul nostro quotidiano in internet Quindici on line (www.quindici-molfetta.it) e del quale ci ripromettiamo di riparlarne, che, combinato al fattore T (Tommaso) ha portato al suicidio elettorale. Non si può giocare su due tavoli (come hanno fatto anche i Socialisti, che hanno riciclato consiglieri perfino da An, che ha subito un forte ridimensionamento, in pratica, una sconfitta rispetto al risultato elettorale del centrodestra), né si possono accettare continui cambi di casacca, che all’elettore sembrano più trasformismi e opportunismi, che scelte ideologiche o politiche. Non si può governare con la destra, poi andare in maniera autonoma alle elezioni e convertirsi «tardivamente» a sinistra al ballottaggio. E poi ci sorge un interrogativo, posto anche da alcuni nostri lettori: che fine hanno fatto i voti della coalizione di Tommaso Minervini, che sicuramente avrebbero fatto vincere il centrosinistra? Troppa confusione, troppi pasticci e sicuramente una voglia inconscia di suicidio. Annunciato. Quindici – 15.6.2006
Felice de Sanctis
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