Torna la questione morale
15/10/2005 23.02.00
«I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi… I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti…». Sembrano parole scritte ieri o due giorni fa, invece, risalgono a oltre 24 anni fa, al 28 luglio 1981, contenute nella famosa intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer (foto) sul quotidiano La Repubblica. Rileggere a distanza di anni quelle parole ci ha resi un po’ tristi al pensiero che un quarto di secolo è passato invano se la “questione morale” è ancora il primo problema del nostro Paese e possiamo aggiungere della nostra città. Il rischio più grande che un’istituzione possa correre è la trasformazione della politica in lobby di affari, contaminazione fra apparati dei partiti e mondo affaristico-economico. Di qui deriva il clientelismo e varie forme di illegalità, dalla corruzione alle collusioni con la mafia. Sembra impossibile sconfiggere un mostro così grande, eppure la soluzione è semplice semplice: basta applicare le regole. Un sistema di regole uguali per tutti è la migliore garanzia, i privilegi vanno combattuti, la professionalità e il merito vanno premiati. Quando questo non avviene, è la stessa classe politica a degenerare, perché figlia di quella logica che esalta la mediocrità, rinuncia alle regole per premiare chi è più disponibile, è più servile e che, sicuramente, non è il migliore. La logica diffusa che fare la politica equivalga ad arricchirsi o a procurarsi vantaggi per il futuro, può creare una classe politica di basso livello, una classe dirigente incapace di progettare il futuro, ma solo di gestire il presente, fatto di prebende, di piccolo cabotaggio, di miseri favori. E così alcuni partiti sposano questo metodo, pur di restare al potere, al punto che le loro finte battaglie civili possono nascondere in realtà l’esclusione dalla spartizione dei posti di sottogoverno. Così si impugna indegnamente la bandiera della giustizia sociale per trascinare la gente in una battaglia che crede nell’interesse collettivo, ma che, in realtà, nasconde un interesse individuale. Quando si dice “il conflitto di interessi”. La questione morale nel corso degli ultimi anni sembrava essersi eclissata per l’indebolimento degli anticorpi che dovrebbero sorreggerla per stanchezza di quella società civile sempre più bistrattata, emarginata, sconfitta da una classe politica senza regole, arrogante e presuntuosa che si è impadronita del potere con risultati disastrosi: il decadimento economico, culturale, sociale e perfino demografico di un paese. La questione morale è anche affermare che l’attaccamento al potere è quanto di più immorale possa essere addebitato a un uomo politico. Oggi il centrodestra al potere, come ha sottolineato recentemente l’assessore alla cultura del Comune di Bari, Nicola La Forgia, “è incapace di concepire un modello di amministrazione che opera nel rispetto delle regole e della ricerca di qualità, senza la volontà precostituita di favorire questo o quell’altro per interessi di gruppo o addirittura personali”. Occorre tornare alla logica delle regole e della trasparenza della gestione pubblica. Né ci si può limitare a “licenziare” gli assessori e aprire una crisi al buio come ha fatto il sindaco Tommaso Minervini. Se c’è qualcosa che non va nella maggioranza, abbia il coraggio di dimettersi, di andare in piazza e raccontare tutto ai cittadini. Ecco cos’è la trasparenza sempre rivendicata a parole, ma non realizzata nei fatti. Questa è l’occasione per farlo: denunci eventuali irregolarità, abusi, pressioni e quant’altro che impediscono il governo della città. Questione morale è anche, per quanto ci riguarda come giornalisti, ci poniamo come contropotere in termini critici, alternativi, nei confronti di chi comanda, invocando regole condivise, per cambiare veramente questa città. Non basta qualche gru o qualche azienda in più per migliorare e crescere, occorre partire dal rinnovamento della classe politica, delle coscienze, evitando il livellamento verso il basso degli ultimi anni, ma cresce procedendo passo passo aggiungendo e non togliendo. E’ questo il significato profondo delle “primarie” che hanno visto il ritorno della partecipazione della gente, che vuole contare, vuole dire la propria opinione sul futuro, non delegarlo a chi, magari, lo può usare per fini personali e non collettivi. Occorre sconfiggere la logica della disperazione che prende chi si sente impotente di fronte all’arroganza del potere. “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società – scriveva Corrado Alvaro – è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. La battaglia della legalità è la prima questione morale da affrontare e sarà la nostra bandiera, anche a dispetto di chi vuole distruggerci perché osiamo pretenderla ad ogni costo. Non ci faremo intimidire da nessuno. Quindici - 15.10.2005
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