Un terzo dei commercianti paga il pizzo
Dati allrmanti in Puglia: Bari e Foggia in testa per le denunce
24/10/2007 23.11.00
Cacciare dalla Confindustria l’imprenditore che paga il «pizzo»? La proposta del presidente dell’organizzazione degli industriali siciliani fa discutere. In Puglia quasi tutti gli imprenditori sono d’accordo con questa «provocazione», ma c’è chi dissente perché ritiene che non sia la strada giusta. Nicola De Bartolomeo presidente di Confidustria Puglia ritiene che la proposta sia da sostenere anche per frenare un fenomeno che sta divenendo dilagante. «Credo sia un segnale forte, perché, per timore di restare fuori dal sistema, l’imprenditore può essere spinto a denunciare certe situazioni di racket e di estorsione che gli impediscono di lavorare con tranquillità ed essere competitivo. Ma è importante che lo Stato faccia la sua parte, recuperando le sacche di disagio diffuse, le situazioni di povertà e di disoccupazione soprattutto nel Sud, perché migliorando le condizioni della gente e superando l’emarginazione, si elimina anche possibile manodopera per la criminalità organizzata». È d’accordo anche Alessandro Laterza, presidente di Confindustria Bari, che pensa si tratti di un’importante presa di posizione da parte dell’organizzazione degli industriali: «è un valore politico e morale che viene assunto per spezzare l’interferenza delle organizzazioni criminali. Un segnale forte per rompere ogni possibile legame con la mafia. Certo la Puglia non è, come la Sicilia, esposta a questi rischi, ma sarebbe sbagliato vedere la lotta alla criminalità come fenomeno territorialmente collocato nell’isola: in realtà è tutta la vita economica ad essere esposta sia in Italia sia in Europa. E credo che anche la Confindustria nazionale abbia il dovere di assumere questa decisione in termini espliciti. Ciò che si vuole sollecitare con questa provocazione è l’intervento della magistratura e delle forze dell’ordine». Una proposta giusta anche per Modesto Scagliusi, industriale barese, presidente della Soft Line, che ritiene come una iniziativa di questo genere non sia solo meritoria, ma da incoraggiare. «Tra l’altro denunciare il racket è prima che dovere di un industriale, di tutti i cittadini». Per Paride De Masi, coordinatore nazionale per l’energia da fonti rinnovabili di Confindustria, una presa di posizione di questo tipo è auspicabile per un futuro di legalità nel Paese. «In realtà, il fenomeno non può essere confinato in qualche regione, ma si sta allargando all’Italia intera. Minacciare l’espulsione per chi cede al pizzo, può provocare una reazione positiva nella vittima dell’estorsione perché si sente protetto dalla famiglia di cui fa parte ed è più portato a denunciare il racket. «Ma di questo fenomeno più che gli industriali, sono vittime i commercianti, per cui all’iniziativa della Confindustria dovrebbero associarsi anche altre organizzazioni». In questo coro di consensi, c’è una voce che dissente. È quella di Massimo Ferrarese, componente della giunta nazionale di Confindustria, il quale ritiene che non «possiamo lasciare solo chi viene a confidarci un problema così grave, cacciandolo dall’organizzazione di cui fa parte. Occorrerebbe piuttosto aiutare questo imprenditore in difficoltà, mettendolo in contatto con le forze dell’ordine e la magistratura per denunciare l’estorsione di cui è vittima. Del resto, anche sul piano pratico, è difficile espellere una vittima del “pizzo”, che in molti casi non racconta la sua situazione alla magistratura, e magari non lo fa nemmeno alla sua famiglia, figurarsi se lo racconta a Confidustria. Serve una maggiore presenza dello Stato che, quando vuole, come è avvenuto con la lotta alla Sacra Corona Unita e al contrabbando nel Salento, dimostra che è possibile debellare un fenomeno criminale». La Gazzetta del Mezzogiorno - Economia e finanza - 24.10.2007
Felice de Sanctis
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