Benzina, paghiamo ancora la guerra d’Abissinia
09/08/2007 22.52.00
di Felice de Sanctis Se la benzina in Italia è troppo cara è anche colpa della guerra in Abissinia del 1935 e della crisi di Suez del 1956 e via via, tra un disastro, un terremoto, un’alluvione e qualche missione in Libano, senza dimenticare il contratto dei ferrotranvieri del 2004. Sembra un paradosso, ma tutte queste voci incidono, anche se in misura minima, sul prezzo finale del carburante che in Italia è il più alto d’Europa. Questo la dice lunga soprattutto su un prodotto che diventa il capro espiatorio di tutti i prelievi fiscali e non che tutti i governi utilizzano quando non trovano la copertura economica per qualche provvedimento straordinario. Gli italiani quando partono per le vacanze estive o invernali, non sanno se troveranno il sole o la pioggia, ma hanno la certezza matematica di trovare un aumento della benzina e del gasolio, perché il «bene benzina» in microeconomia ha una curva di domanda rigida. In pratica, a differenza di altri beni di consumo, la domanda di benzina varia di poco in funzione del prezzo. E questo perché ormai l’auto è diventata quasi un bene di necessità, soprattutto nel Mezzogiorno, per la carenza di infrastrutture e di mezzi di trasporto alternativi, numerosi, efficienti e puntuali. Insomma, il continuo aumento del prezzo della benzina rappresenta la tassa più alta e più iniqua che gli italiani pagano e che ha trasformato - secondo un recente sondaggio - i benzinai nella categoria professionale più odiata dai cittadini. È da oltre quindici anni che tutti i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi hanno promesso e tentato di risolvere il problema, senza mai riuscirci. O senza volerlo fare. A loro difesa hanno soprattutto la difficoltà - come è avvenuto recentemente con il decreto sulle liberalizzazioni di Bersani - di modificare situazioni consolidate di privilegio economico di alcune lobby, prima fra tutte quella dei petrolieri, che anziché farsi concorrenza, come avviene in altri Paesi, si ritrovano a fare «cartello», in una sorta di oligopolio che è difficile scardinare. Come pure è problematico modificare tradizioni e abitudini che riguardano una rete distributiva inefficiente e faraonica, di oltre 22mila unità (già tagliate da un precedente provvedimento) contro i 15mila tedeschi, i 14mila francesi e i 10mila inglesi e una percentuale di self-service (dove è possibile risparmiare qualcosa) di appena il 21% della rete totale, secondo uno studio di Nomisma Energia, contro il 99% della Francia, il 97% della Germania e il 96% del Regno Unito. Insomma, tanti, troppi benzinai, molti dei quali vecchi e costruiti senza comfort (basti pensare che sono rarissime le stazioni di servizio in autostrada che possiedono delle zone d’ombra), con orari rigidi, burocratizzati e ultrasindacalizzati che fanno sì che l’automobilista trovi una stazione di servizio aperta per 10 ore al giorno, contro le 14 della media europea. A questo si aggiunge la mancata diversificazione commerciale: gli scaffali hanno altri prodotti solo in una stazione su cinque, contrariamente a quanto accade nel 96% dei casi in germania e nell’85% nel regno Unito. Questo vuol dire che negli altri Paesi si paga meno anche perché, chi eroga la benzina, guadagna anche dalla vendita di altri prodotti e riesce a tenere più bassi i margini finali sulla benzina. Una soluzione sarebbe quella della liberalizzazione dei punti vendita anche negli ipermercati, come avviene in tutt’Europa. Secondo Camillo De Bernardinis, amministratore delegato della Conad, società che, grazie a un accordo con la francese Leclerc, ha già aperto alcuni punti vendita dei carburanti nei suoi ipermercati, è necessario seguire la ricetta francese: oltralpe circa 8.500 gestori sparsi sul territorio nazionale hanno l’obbligo di comunicare i prezzi alla pompa in tempo reale. In tal modo chi deve partire può scaricare la mappa dei distributori con i relativi listini e scegliere quelli più convenienti. In una parola: più concorrenza. Una termine «ostico» per i petrolieri. Oggi, invece, il maggior costo medio di un litro di carburante rispetto all’Europa vale ancora 3,8 centesimi di euro e più che le speculazioni, può l’inefficienza che permette di scaricare i maggiori costi di distribuzione sui prezzi finali, con una minore redditività complessiva sia per le compagnie petrolifere sia per i gestori. Occorre anche combattere la doppia velocità del prezzo della benzina (un tasto su cui battono sempre le associazioni dei consumatori): rapidissimo nel recepire le impennate del costo del petrolio e aumentare quello della benzina mentre lentissimo, quasi inesistente, nel ridurlo quando l’euro si apprezza sul dollaro o il prezzo del barile di greggio scende a livelli accettabili. L’altro fattore che incide, considerevolmente, accanto a quello delle accise (le imposte di fabbricazione) è quello del prezzo industriale. Anche qui, come ha precisato recentemente il sottosegretario al ministero dell’Economia, Alfiero Grandi, il prezzo industriale della benzina in Francia e in Germania risulta inferiore a quello italiano rispettivamente del 15,3% e del 15,7%, mentre il prezzo del gasolio auto è più basso dell’11,5% e del 12,2% (dati rilevati il 30 luglio scorso). Questa anomalia crea danni al nostro sistema produttivo. Infine il capitolo tasse che incide con le accise per il 40% e con l’Iva per il 20% sul prezzo finale. Le associazioni dei consumatori sostengono che i cittadini hanno subìto un aggravio di spesa di ben 210 euro annui a fronte di un guadagno ingiustificato dei petrolieri di 1 miliardo e mezzo di euro. Fare un pieno, considerando anche il cambio favorevole dell’euro sul dollaro (con cui si paga il petrolio) in questo momento dovrebbe permettere un risparmio di almeno 3,5 euro. È di ieri la «battuta» del presidente dell’Unione petrolifera, Pasquale De Vita, che invita i consumatori a comportarsi come le casalinghe di una volta che prima di comprare l’insalata, giravano per tutti i banchi alla ricerca del prezzo migliore: «Non serve a nulla dire che i petrolieri sono tutti ladri e poi essere prigri e fare il pieno sotto casa, se 100 metri più in là, la benzina costa meno». A quest’assurda affermazione ha reagito, giustamente, il Codacons definendola ridicola e offensiva, sia perché il distributore sotto casa non c’è quasi mai, sia perché De Vita finge di ignorare che le differenze di prezzo tra un distributori e l’altro sono al massimo di uno o due centesimi: si tratta, insomma, di scegliere la «fregatura» minore. Forse la risposta migliore sarebbe quella di prendere meno l’automobile o accogliere l’invito dello stesso Codacons e di «Telefono blu» a boicottare nei giorni di ferragosto quelle marche di benzina che non riducono i prezzi di almeno 5 centesimi, tenendo conto che ogni centesimo in più si traduce per i petrolieri in un ricavo di 19 milioni, mentre i cittadini hanno avuto nei giorni scorsi perdite di 2,5 euro per ogni pieno. Insomma, è ora di dire basta, non se ne può più: oltre ad essere tartassati, non si può anche essere presi in giro. La pazienza italica ha un limite. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pag. - 9.8.2007
Felice de Sanctis
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