Un uomo, una città
15/09/2003 21.13.00
"L'uomo è l'unico essere che si porta dietro le sue rotaie". Aveva ragione Cesare Pavese. Oggi è difficile parlare di un personaggio che ha caratterizzato, nel bene e nel male, la vita amministrativa ed economica della città negli ultimi 30 anni e forse più, condizionandola pesantemente anche negli anni a venire. E' intempestivo ora darne un giudizio politico: si possono solo tratteggiare alcuni aspetti della sua personalità per dare l'idea di Beniamino Finocchiaro (foto) soprattutto a chi non lo ha conosciuto direttamente o indirettamente. Ed è quello che fanno i personaggi più rappresentativi degli anni in cui il Nostro ha calcato la scena politica locale e nazionale. Quindici ha scelto di far parlare i suoi amici e avversari dell'epoca e dalle loro testimonianze, pur limitate dalla circostanza luttuosa, emergono i contorni di una figura complessa, sicuramente autorevole e significativa, ma controversa. Si tratta dei protagonisti più autorevoli della storia di quegli anni: Enzo de Cosmo, deputato e sindaco democristiano che più di ogni altro gli fu avversario sul piano politico, insieme con l'altro amico di partito Lillino Di Gioia, assessore regionale e sindaco per un breve periodo; Sandro Fiore, consigliere regionale e vicesindaco comunista nell'amministrazione di sinistra presieduta da Finocchiaro, che fu costretto a rompere la coalizione dopo la pubblicazione della lista P2 di Gelli; Giovanni de Gennaro, amico di giovinezza e vicesindaco socialista, che fu uno dei suoi avversari all'interno del partito; Nicolò Azzollini, assessore socialista, il fedelissimo di sempre sul piano umano e politico. Nei prossimi mesi e ancor più nei prossimi anni si parlerà di quest'uomo ed emergeranno con più evidenza le critiche ad un personaggio di potere, giudizi storicizzati che serviranno a delineare meglio le vicende tumultuose degli ultimi anni. Chi scrive, all'epoca giovane cronista, ha vissuto in presa diretta tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la stagione politico-amministrativa del sindaco socialista e le cronache di quegli anni, raccontate e pubblicate sul quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno" riflettono le tempestose vicende che hanno visto protagonista Finocchiaro. Ci ritroviamo nella scomoda veste di testimoni dei fatti e rappresentiamo un po' la memoria storica di quegli anni che ci hanno visto in netta contrapposizione con il sindaco. Poche persone, e noi fra quelle, riuscirono a dirgli di "no", ma sicuramente lui rispettava molto di più coloro che avevano la "schiena dritta" (come diceva Salvemini) anche se lo contrastavano, di chi aveva fatto del servilismo una regola opportunistica. Non sono mancate querele reciproche, che si sono elise a vicenda, ma ognuno è rimasto sulle proprie posizioni di uomo libero con le proprie idee e convinzioni. Finocchiaro non amava la strada del dialogo, convinto com'era delle proprie ragioni, grazie a una sicurezza di sé che finiva per sfiorare l'arroganza nella sua gestione del potere: il suo slogan "un uomo, una città" ne è una conferma. Arroganza che poi perdeva del tutto in privato, come ci hanno raccontato coloro che gli sono stati più vicini, amici e familiari. Una personalità complessa, dunque, da analizzare con cura, un compito che spetterà agli storici, ma al quale non potranno sottrarsi anche i contemporanei che lo hanno conosciuto, amato o combattuto. Il politico degli ultimi anni è stato forse quello migliore. Non avendo più cariche da difendere, posizioni politiche da mantenere (soprattutto dopo lo scioglimento del Psi) anche se lui non è stato mai un uomo di partito, ha scelto di combattere l’ultima sua battaglia contro un’amministrazione di centro-destra, che – scriveva - ha trasformato Molfetta in “una città cloaca”, scatenando le sue ultime energie contro il suo ex “pupillo” Tommaso Minervini che aveva deciso di schierarsi a destra con un’amministrazione “la più scellerata dalla caduta del fascismo in poi”. E forse per la prima volta nella sua vita aveva ammesso pubblicamente di aver sbagliato ad attaccare l’ex sindaco Guglielmo Minervini e il centro-sinistra. "In queste sconclusionate manifestazioni di incapacità amministrativa sono individuabili scale di responsabilità ben precise”, scriveva sul suo periodico Controcorrente. “Primaria quella del voltagabbana da tre cotte, cinico versipelle, che occupa lo scanno di sindaco. Un personaggio che con la sua aria da vice parroco di campagna alla ricerca di questue e di elemosine, in attesa di una sistemazione, riesce a guadagnarsi la fiducia e la simpatia di quel cumulo di deficienti, che in una città godono la fama di benpensanti. Un sindaco che si è connotato di inqualificabili metodologie, sin dai primi atti decisionali: una giunta composta da anonimi sconosciuti, salvo qualche non meritoria eccezione, privi non solo di carisma ma anche di alcuna esperienza gestionale; il risultato evidente di manovre compromissorie e di debiti elettorali venuti a scadenza col successo delle elezioni amministrative; l'affidamento di tutte le risorse e i servizi a personaggi subalterni, privi del senso del pudore e della più elementare assunzione di responsabilità. Riferimenti manicomiali, in questo secondo corpo di decisioni, sono da considerare la Multiservizi e l'Amnu". E questo, crediamo, può essere considerato un po’ il testamento politico di un uomo che credeva nelle istituzioni e se ne è andato arrendendosi solo davanti a un male inesorabile contro il quale non ha più avuto la forza e la possibilità di combattere. QUINDICI - 15.9.2003
Felice de Sanctis
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