Emozioni e passioni
15/06/2000 8.47.00
“Emozioni e passioni” sono questi gli ingredienti necessari per rilanciare la politica a Molfetta. Ma per suscitare emozioni e far nascere passioni occorre proiettarsi nel futuro, mettendo provvisoriamente da parte una realtà che propone uno scenario politico degradato fatto di lotte fra gruppi, di personalismi esasperati, di corsa alle poltrone, di compromessi inaccettabili, di personaggi squallidi. È un percorso difficile, ma non impossibile. Solo se si ha una visione lungimirante si possono affrontare le sfide più ardite. C’è chi vuole provarci ancora e cerca di coinvolgere in questo progetto più gente possibile. Superata la fase delle critiche (coraggiose ma sempre costruttive, anche se dolorose da accettare e soprattutto da condividere), occorre passare alla fase delle proposte. È indiscutibile (e chi lo discute o è ignorante o è in malafede) che in questi anni la città è cambiata e sta ancora cambiando: dalla nuova realtà economica alla qualità della vita (basti per tutti la realizzazione delle “zone blu” e dell’isola pedonale, di cui si vedranno gli effetti positivi nei prossimi mesi). Resta ancora da “sbloccare”, pur se tanti passi avanti sono stati fatti (dall’art. 51 al PRG), il problema della casa, i cui costi sono ancora vertiginosi, mentre resta una domanda di immobili sempre elevata rispetto a un’offerta sempre scarsa. Poi c’è il problema delle cooperative. Noi di Quindici abbiamo lanciato l’allarme sui pericoli delle “false cooperative”, delle assegnazioni a chi è già pluriproprietario di case (e continua a pontificare) e su questo l’amministrazione comunale si gioca tutta la sua credibilità se non sarà capace di stroncare la nuova speculazione già all’orizzonte. Il centro-sinistra ha prodotto dei risultati positivi, ma la politica resta indietro offrendo uno spettacolo indecente di trasformismi, di alleanze “anomale”, di divisioni continue e di riaggregazioni di maggioranze sempre diverse. Ha ragione Ezio Mauro, direttore di “Repubblica” quando scrive che “senza una rete politica coesa e coerente, capace di proteggere l’esecutivo e di far rimbalzare positivamente le sue scelte, molto è andato disperso senza arrivare alla gente”. E’ quello che è avvenuto anche a Molfetta. Oggi il sindaco Guglielmo Minervini (nella foto), dopo la tornata elettorale regionale e i suoi risvolti critici, sollecitato da noi, torna a prendere la parola. Lo fa attraverso il nostro giornale per rivendicare i meriti dell’azione amministrativa, ma soprattutto delle scelte politiche indirizzate al cambiamento radicale della città sia sul piano economico sia su quello sociale e culturale. E’ quasi un bilancio di sei anni di lavoro destinati a produrre effetti positivi o negativi (noi crediamo positivi) a medio termine. La parte più critica riguarda i “soggetti politici”, che sono poi coloro che determinano il successo o il fallimento anche dei progetti migliori. Come abbiamo più volte ripetuto, molti di questi “soggetti” (il “ceto politico”, una parte della classe dirigente) non sono all’altezza dei compiti per i quali si sono candidati e per i quali gli elettori li hanno votati. Ora lo riconosce anche il sindaco: “Il ceto politico, la classe dirigente è nuovamente in ritardo rispetto ai problemi. E lo spettacolo troppo spesso si è fatto deludente. Bisogna riconoscere che siamo di fronte ad una nuova divaricazione, accentuatasi certamente tra il primo e il secondo mandato. Lo sfilacciamento politico, un senso di responsabilità sempre più vacillante, personalismi arroganti, una preparazione politico-culturale modesta hanno reso il passo dell’azione amministrativa molto meno spedito e vi assicuro incredibilmente sofferto”. E il nodo, ripetiamo, è tutto qui. Forse sono mancate in passato scelte coraggiose e radicali, come quella di tagliare i rami secchi o marci dell’Ulivo, per il timore di vanificare un progetto politico innovativo e già in fase avanzata. Ma alla fine il risultato è stato quello di perdere una parte della fiducia della gente. Fiducia che va ricostruita. Ed è quello che sembra si proponga di fare Guglielmo Minervini, alla soglia, forse, della fine anticipata del suo mandato per percorrere altre strade istituzionali. Il sindaco chiede ai “nuovi soggetti” dell’economia, delle professioni, dell’azione sociale, dell’educazione, della formazione e della produzione culturale di “assumersi la responsabilità della prosecuzione di questo progetto di cui sono stati liberamente protagonisti”. E si dice convinto che il rilancio è possibile “con una nuova alleanza tra i mondi vitali della città”. Infine – conclude – occorre andare oltre noi stessi, avendo la capacità di “far innamorare di questo sogno molti altri soggetti… da soli non bastiamo”. Il rilancio secondo Minervini passa attraverso le idee. Ma le idee camminano con le gambe degli uomini e occorre trovare uomini disponibili a coniugare giustizia sociale e solidarietà con un progetto di sviluppo economico che passa anche dal mercato, senza rendite parassitarie e soprattutto senza intrecci di interessi affaristico-speculativi, come purtroppo spesso accade. E questo in un momento in cui, come sottolinea lo stesso sindaco, la consistenza di flussi economici sta suscitando “ghiotte tentazioni di una vecchia politica più propensa alla mediazione parassitaria che all’azione di governo dell’innovazione”. “E’ possibile perseguire con fiducia e chiarezza delle politiche sociali compatibili con le esigenze competitive della nuova economia”, sostiene Ralf Darendorf. Noi siamo dello stesso avviso. Ma occorrono quei nuovi soggetti politici di cui dicevamo prima. Ci sono? Sono in numero sufficiente a sviluppare un progetto politico-economico complesso com’è quello di “governare l’innovazione”? O sono solo mosche bianche? A questi interrogativi dovranno rispondere sia il sindaco, sia le forze politiche, sia soprattutto quella società civile che, innamoratasi della politica, ha poi finito per disaffezionarsi e tornare al proprio privato. Ma occorre anche che la sinistra si dia una propria identità, perduta nel corso di questi ultimi tempi. La scommessa è tutta qui. Stavolta è più difficile vincerla: sono cambiate le condizioni politiche e sociali. Occorrerà, certamente, più coraggio che in passato. Ma la sfida va raccolta. QUINDICI - 15.6.2000
Felice de Sanctis
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