Lavoro nero? Al Sud una necessità
10/07/2003 2.50.00
«Emersione dal sommerso? Ma che roba è? Siamo matti? Io lavoro benissimo nel sommerso e non ho alcuna intenzione di cambiare. E poi sono io che faccio un favore al mio datore di lavoro, non il contrario». Corrado, operaio specializzato nel settore della meccanica di precisione rifiuta qualsiasi discorso di questo tipo, anzi, spara contro l’ipotesi di un condono proposto dal ministro Tremonti. «Ma questi a Roma sanno che vuol dire sommerso? Sanno che nel Sud le aziende hanno bisogno di lavorare in nero se vogliono sopravvivere?». Corrado rappresenta un caso raro nel panorama del lavoro precario. Provate a chiedere in giro quanti lavoratori in nero rinuncerebbero a vedere regolarizzata la propria situazione lavorativa? Nessuno, anzi uno: il nostro Corrado. Come si spiega questa sua posizione, certamente controtendenza, che ha lasciato perplesso anche il cronista, che, in un primo momento ha pensato a una battuta. «Guarda - ci dice con molta convinzione - quelli che vogliono lasciare il sommerso non hanno capito nulla del nuovo mercato del lavoro. Oggi è più precario il lavoratore dipendente di quello che opera in nero. Ti spiego perché: con i tempi che corrono tra cassa integrazione, flessibilità del lavoro, mobilità e altri accidenti, nessuno è più sicuro di restare nello stesso posto fino alla pensione. Meglio, allora, lavorare come un professionista (quelli mica pagano le tasse) e offrire tu una prestazione qualificata per trattare sulla retribuzione». Incredibile? Una volta esisteva il metalmezzadro, oggi esiste l’operaio-professionista, che fissa lui il prezzo della sua prestazione. E’ proprio vero, allora, che l’operaio di massa, come dice il Censis non esiste più? Oppure dobbiamo attenderci un’evoluzione del mercato del lavoro in senso più individuale? Questo spiega anche la disaffezione verso il sindacato da parte di alcuni lavoratori. Ma torniamo a Corrado, che certamente rappresenta un caso limite, ma sicuramente emblematico di una situazione nuova e dall’evoluzione imprevista. «Lavoratori specializzati in questo settore sono molto rari, racconta il nostro operaio-professionista, tant’è che gli imprenditori lamentano la mancanza di scuole di formazione professionale. L’operaio se lo devono costruire in azienda e questo costa. Se invece l’imprenditore si ritrova un prodotto finito come me che, certo, contratta il salario (altro che contratto nazionale!), ma gli riduce i costi complessivi (tra l’altro, io faccio il lavoro di due dipendenti), chiaramente sceglie me. Il rischio? Il gioco vale la candela». E i contributi, la tutela sindacale, le garanzie? «Ma sei proprio indietro. Oggi ci sono tante possibilità: dalle assicurazioni ai fondi pensione. Per la sanità, col Berlusca, è in arrivo quella privata. E io sono pronto. Certamente mi faccio pagare di più, non pago le tasse perché risulto disoccupato e poi se decido di andare via, lo faccio senza problemi e mi offro all’azienda concorrente. Il sindacato? E’ roba per pensionati. Dopo la fine della scala mobile non è più in grado di tutelare nemmeno il tuo salario». Questo è il mercato, bellezza! E l’operaio- professionista si scopre perfino imprenditore di se stesso.
Felice de Sanctis - La Gazzetta del Mezzogiorno
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