Investire in un borgo abbandonato e trasformarlo in un albergo diffuso
Dall’Abruzzo alla Basilicata un’idea: recupero e business. L’esempio di S. Stefano di Sessanio. E con Masciarelli riscopri il vino di qualità
06/12/2005 8.41.00
Dal nostro inviato SANTO STEFANO DI SESSANIO - Come trasformare un paesino semi-abbandonato in un albergo diffuso. E’ una scommessa che potrebbe ridare vitalità e sviluppo turistico a tanti paesi della Basilicata e a qualche paese della Puglia. L’idea lanciata e realizzata con successo nell’Abruzzo, ha avuto la sua punta di diamante nel progetto di restauro di Santo Stefano di Sessanio, 60 abitanti, borgo medioevale nella montagna abruzzese a 1250 m di altitudine all’interno del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga e potrebbe essere mutuata anche nelle nostre regioni, che tra l’altro, hanno in comune un’antica tradizione di transumanza che ha portato i pastori abruzzesi a scendere nel Tavoliere pugliese. La transumanza avveniva lungo il tratturo Magno, una specie di autostrada per le greggi che partiva dai pascoli montani per arrivare alle nostre verdeggianti pianure. Era un lungo viaggio di 250 chilometri che durava tre settimane. Quando i pastori partivano, ricorda il figlio di uno di loro, erano come marinai, il loro era simile al viaggio per mare, un mare fatto di pascoli e immense pianure. Erano accompagnati da fedeli cani pastori e, attraversando valli e paesi, si arricchivano di esperienze e conoscenze. Nasceva così quella cultura degli incontri tipica di ogni viaggio, con conseguenti scambi commerciali. Oggi di quegli antichi tratturi sono rimaste poche tracce, ma sono visibili i termini lapidei su cui appare in risalto l’acronimo RT, Regio Tratturo, che conferiva loro un’ufficialità statale. L’idea dello sviluppo sostenibile, nel rispetto dell’ambiente salvaguardando risorse umane, ambientali, immobiliari, urbane, può generare nuova attività economica e nuova occupazione soprattutto nel campo turistico. La strada da percorrere è quella dell’investimento di capitale privato, anche straniero: ci sono coloro che sono disposti a investire nel recupero del passato per garantire un futuro a questi borghi abbandonati. Del resto, non bisogna dimenticare che esiste una larga fascia di turismo qualificato che da tempo ha scelto come propria vacanza quella degli antichi centri storici dove riscoprire un modo di vita semplice, genuino e ormai introvabile. E’ quello che è avvenuto a Santo Stefano, dove con un’operazione a metà strada fra il mecenatismo turistico e l’investimento immobiliare e imprenditoriale di lungo termine si è riusciti a recuperare le antiche case ridando un’anima e un’identità al paese, sottraendolo all’abbandono, senza operare scempi edilizi. Artefice di questo progetto è Daniele Elow Kihlgren, un giovane imprenditore di padre svedese, ma cresciuto in Italia, che ha fatto una scommessa prima con se stesso e poi con gli abitanti del borgo di riuscire a trasformare Santo Stefano di Sessanio in una invidiabile e qualificata meta turistica. Perciò, ha acquistato una grossa fetta del patrimonio immobiliare esistente (circa 4.000 metri quadri con un investimento di 4 milioni di euro). “Non mi considero un mecenate – afferma – solo un imprenditore che ama il vissuto della gente di questo paese e il suo patrimonio ambientale. Di qui l’idea di recuperare il patrimonio e le tracce di chi ha abitato un tempo queste aree, cercando di trasmettere nel tempo la loro storia”. Con la collaborazione dell’architetto Lelio Oriano Di Zio, avvalendosi di ricerche storiche con istituzioni qualificate (Università D’Annunzio, Museo delle genti d’Abruzzo, ecc.), indagini di folklore locale con l’ausilio della memoria storica degli anziani e una supervisione di un antropologo culturale, Daniele ha mantenuto l’articolazione degli spazi originali con gli intonaci anneriti dal fumo del camino e riutilizzando per i restauri i materiali già esistenti. A ciò si sono aggiunte ricerche sulle caratteristiche tipologiche degli elementi architettonici del borgo (portali, camini, pavimenti, ecc.) e indagini di laboratorio sulle malte e intonaci originali fino alla ricerca sul territorio del materiale di recupero per integrare quello venuto meno nei secoli. Perfino gli arredi in legno povero sono autoctoni grazie ad un’indagine su materiale fotografico storico sugli interni delle case e sul territorio. Grande attenzione all’unitarietà architettonica degli immobili, riscaldati con materiale radiante sotto il pavimento e illuminati con un sistema di segnale a bassa tensione evitando interruttori che ne alterassero lo stile. E così, partendo dal Palazzo delle Logge, di stile rinascimentale, appartenuto prima ai Piccolomini (XV sec.) e poi ai Medici, sono state restaurate le antiche dimore dell’epoca, mantenendo intatti perfino i vecchi intonai anneriti dal fumo del camino, utilizzando il materiale preesistente. Dopo si è passati ad altre case che hanno portato alla disponibilità di oltre 130 posti letto, che si aggiungono a un altro centinaio, messi a disposizione dagli abitanti che affittano le loro camere ai turisti che potranno girivagare nel silenzio delle montagne tra corti, patii, stretti vicoli, passaggi coperti, scalinate che arrivano fino alla torre trecentesca riscoprendo antichi luoghi di memoria dall’indiscutibile fascino. Infine il recupero di botteghe artigiane, che verranno date in comodato gratuito agli abitanti per rivitalizzare anche l’attività economica del paese. Un turismo sostenibile, qualificato lontano da quello di massa. Da gustare, insomma. E per gustare un vino realizzato con amore, cura, meticolosità e grande sulla Marruccina, piccolo e antico borgo di mille anime a 420 metri di altitudine nello scenario incantevole della Maiella Madre descritta da Plinio il Vecchio per incontrare un personaggio straordinario Giovanni Masciarelli: è qui che vorrei vivere se fossi una vite, in questi luoghi densi di memorie storiche e tradizioni – dice di se stesso. E il nostro carattere non smentisce la natura che l’ha modellato: magari un po’ rude, ma sincero pronto all’ospitalità e all’amicizia, forte nella volontà e nella determinazione, gentile nell’animo e addirittura gentile nelle arie di Tosti, nelle tele e sculture di Michetti e Cascella, nelle rime di D’Annunzio e Modesto della Porta, nell’artigianato orafo di Nicola da Guardiagrele”. E quel carattere rude, quella forte volontà e determinazione hanno portato Masciarelli con molta umiltà a viaggiare in Francia per imparare e scoprire come si realizza il vino a trasformare una passione (“il vino e linfa della mia vita”) in un’attività economica di tutto rispetto contagiando anche la bella moglie slava Marina Cvetić che ha dato il nome a vini morbidi e notevoli quale il Chardonnay, Cabernet Sauvignon e Trebbiano d’Abruzzo. I coniugi Masciarelli hanno esaltato, smussandone le asperità, anche il Montepulciano che con l’etichetta Villa Gemma è destinato solo alle migliori vendemmie. E’ la passione il segreto del successo di un vino che ha raggiunto livelli di qualità elevata che viene realizzato ancora con lo spirito artigianale, un’altra caratteristica che accomuna la Puglia e l’Abruzzo terre di vitigni nobili, troppo a lungo bistrattati e oggi finalmente valorizzati. “ Respirare il profumo del mosto nei tini, origliare il vino riposare nelle botti , sono sensazioni indelebili nell’album della mia infanzia che ancora oggi accompagnano il mio lavoro”: è tutto qui il segreto di un successo, che è anche un esempio per i giovani. La Puglia e l’Abruzzo possono ancora scambiarsi esperienze e cultura come ai tempi della transumanza per arricchirsi a vicenda anche sul piano economico, oltre che culturale. E, di fronte alla qualità, non ci sarà Cina che tenga. La Gazzetta del Mezzogiorno - 6.12.2005
Felice de Sanctis
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