Pensioni, all’Italia la coppa del nonno
03/05/2003 22.28.00
FELICE DE SANCTIS Sono sempre le pensioni di anzianità, la bestia nera del sistema previdenziale italiano. Il "privilegio" di lasciare il lavoro prima dei 65 anni è un'anomalia unica che non trova riscontro in nessun altro Paese. Intanto l'Italia si avvia a conquistare la "coppa del nonno" planetaria. Un premio non certo piacevole, che verrà assegnato nel 2025. In quell'anno, infatti, gli ultrasessantenni saranno più dell'intera popolazione in età lavorativa fra i 20 e 60 anni: una nazione in grigio che trasformerà in disoccupati i pediatri e in miliardari i titolari di pompe funebri (nel 2040 le nascite passeranno dalle attuali 520mila ad appena 200mila, mentre i morti saranno 800mila all'anno, 250mila in più di oggi). Il problema non è tanto di longevità e di qualità della vita ("una popolazione anziana è più pacifica, più operosa, meno rumorosa, meno mobile e dunque meno inquinante; una società siffatta è di gran lunga migliore di una di giovani", sostiene il sociologo Domenico De Masi), ma soprattutto economico: occorreranno più soldi per pagare le pensioni ad una popolazione più anziana e longeva dell'attuale. E un lavoratore attivo non sarà sufficiente a "mantenere" un pensionato. Ecco perché la "riforma Dini" aveva tentato di porre un argine alla spesa pensionistica, rivedendo alcuni meccanismi, che però si sono rivelati insufficienti. La soluzione? Abolire subito le pensioni di anzianità, sostengono in molti. Ma in Italia una misura così drastica oltre ad essere osteggiata dai sindacati, scatenerebbe una "rivolta" di piazza e un nuovo autunno caldo. E quale governo rischierebbe popolarità e potere per una riforma del genere? Intanto assistiamo quasi quotidianamente al balletto delle cifre, più o meno catastrofiche, ma sicuramente contraddittorie: si alternano previsioni apocalittiche a valutazioni "moderatamente" ottimistiche dell'Inps. Ma l'allarme pensioni viene lanciato, da più parti, un giorno sì e l'altro pure, forse nell'intento di preparare il terreno al "taglio" e riducendo l'impatto psicologico del provvedimento. L'altra ipotesi che si fa è quella di allungare gli anni di contribuzione (il ministro Amato vorrebbe portarli a 40): per il Sud - dove la disoccupazione è alta, per cui si comincia a lavorare tardi e in molti casi i lavoratori (specie diplomati e laureati) non riescono nemmeno a raggiungere gli attuali 35 anni di contributi - sarebbe dolorosa: chi non raggiunge i 40 anni deve lavorare la gente fino a ... 75 anni? Una cosa è certa: la riforma va fatta e in fretta, anche perché ce lo impone l'Europa. Allora, fatti salvi i diritti (non i privilegi) acquisiti, come ad esempio i 18 anni di contributi al 31 dicembre '98 della legge Dini, occorre procedere nel modo più razionale e meno emotivo, ma ognuno di noi dovrebbe anche convincersi del cambiamento (occorre pensare anche ai giovani), provvedendo a forme integrative di pensione, in vista di una possibile estensione a tutti del sistema contributivo. Il 2025 è ancora lontano, ma arriverà e allora forse sarà troppo tardi per rimediare e la "coppa del nonno" rischia di rivelarsi un calice amaro.
Felice de Sanctis - La Gazzetta del Mezzogiorno
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