Emigrazione, l’altra faccia della disoccupazione
18/08/1999 22.01.00
FELICE DE SANCTIS E' l'altra faccia della disoccupazione. Il fenomeno della doppia emigrazione degli extracomunitari che arrivano in Italia, cominciano a lavorare nel Sud e poi, ottenuto il permesso di soggiorno, "emigrano" al Nord, costituisce l'evoluzione del mercato del lavoro. E' un dato su cui riflettere, soprattutto se si considera che la manodopera "esterna" - come già avvenuto per quella "interna" (i "cafoni" del Sud) - comincia ad essere qualificata e più intellettuale. Sono soprattutto i giovani meridionali a dover prendere in considerazione un fenomeno, fino a qualche tempo fa marginale, col quale dovranno cominciare a fare i conti, soprattutto alla luce delle possibili evoluzioni del mercato del lavoro e delle sue regole. La flessibilità è ormai argomento costante nelle trattative tra Confindustria, sindacati e governo. Le barriere sindacali e i "paletti", messi negli anni '70 e '80 a tutela dei lavoratori, hanno finito per far diventare troppo rigido il mercato del lavoro fino al punto da rendere meno competitive le nostre imprese. E nel mercato globale si rischia l'uscita dal mercato. Di qui il travagliato dibattito sulle possibili modifiche in senso più restrittivo, che, stranamente, ma non inspiegabilmente, ha tra i suoi più convinti sostenitori uomini di sinistra, provenienti addirittura dall'ex Pci, come Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro a Milano ed ex deputato comunista. Secondo Ichino l'Italia ha il record dei disoccupati in Europa (il 32,1% ha meno di 25 anni) perché "ha anche il record della massima stabilità dei rapporti di lavoro: per le imprese è difficile licenziare" e questa stabilità rende più difficile, per chi è fuori, trovare un'occupazione. Nel settore agricolo si stanno sperimentando nuove forme di "flessibilità" atipica che permettono addirittura agli imprenditori di scegliere la manodopera fra gli extracomunitari e gli europei (vedi il caso dei giovani olandesi nel Foggiano). E già i sindacati cominciano a lanciare allarmi non solo sul piano della sicurezza sul lavoro, ma anche su quello della sicurezza del lavoro, per gli "indigeni". Quello del melting pot, del crogiuolo di razze nel mercato del lavoro rappresenterà il vero problema del prossimo millennio: andrà bene all'Inps che incrementerà le entrate, meno bene ai giovani del Sud, in particolare a quelli "intellettuali", diplomati e laureati che dovranno misurarsi con extracomunitari dotati anch'essi di titolo di studio. In questa prospettiva la laurea torna ad acquistare valore, una chance in più per chi cerca lavoro. "Attenzione, però - avverte Franco Ferrarotti, sociologo, docente alla Sapienza di Roma - il titolo deve essere funzionale. Non un'icona da appendere al muro, una laurea tanto per laurearsi. Un titolo che deve servire". E le notizie di oggi lo confermano. L'indagine della Confartigianato sulle professioni emergenti dimostra, infatti, come si richieda sempre più manodopera qualificata nel campo dell'informatica e della microelettronica, dell'ambiente e della tutela del patrimonio artistico. Emigrare, quindi, torna ad essere una necessità, ma forse potrebbe diventare una scelta finalizzata a raggiungere quelle aree dove lo sviluppo economico più accelerato richiede una qualificazione professionale elevata. Ma il giovane del Sud deve trasformarsi anch'egli in doppio emigrante (o emigrante di ritorno), trasferendosi al Nord, per poi tornare a casa portando con sé il know-how, l'esperienza acquisita, quel valore aggiunto che serve al Mezzogiorno per decollare, soprattutto grazie ai suoi uomini. Se questa ipotesi si trasformerà da speranza in certezza saranno i primi anni del prossimo millennio a dirlo. Ma è una sfida che non si può perdere.
Felice de Sanctis - La Gazzetta del Mezzogiorno
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