Sgarbi molfettesi
15/05/1997 3.43.00
Sgarbi molfettesi. Potremmo definire così la performance, lo show a Molfetta, perché di questo si è trattato, del noto personaggio televisivo. Ancora una volta l’istrione Sgarbi (foto) non si è smentito: più che un discorso politico, il suo, è sembrato uno spettacolo. E allo spettacolo il personaggio non ha sacrificato nulla, nemmeno le parolacce, pur di strappare qualche applauso. Risultato: ancora una volta un’esangue esternazione, questa volta teatrale, anziché televisiva. Al di là dei soliti ca..., cu..., str..., fic.., vai a ca..., con contorno di insulti e apprezzamenti vari più o meno pesanti, che hanno deliziato quella parte di pubblico dalla probabile cultura “pecoreccia”, che applaude, va in estasi alle sue battute volgari, da caserma, e gode ad ascoltare gli insulti al prossimo, Sgarbi ha profondamente deluso. Soprattutto i suoi fan, che lo hanno fatto venire appositamente (lo ha detto lui stesso) per criticare e “demolire” il “Mausoleo ad Icaro”, l’ormai noto monumento con l’automobile schiacciata fra due sassi, realizzato dal “famoso” (lo ha definito così) artista Paradiso. Sgarbi non si è sbilanciato, non ha dato una valutazione estetica, non ha parlato male (“non potrete dire che Sgarbi ha detto male del monumento”), ha dato più l’impressione di chi cerca quasi di giustificarsi per dover parlare di quest’opera in chiave in qualche modo critica, di chi si trova nella classica situazione del “voglio dire, ma non posso”, col rischio di fare una brutta figura come critico d’arte. Ma allora, caro Sgarbi, cosa sei venuto a fare a Molfetta, a dire parolacce, a fare del cabaret pesante? Forse parlare in un teatro ti ha spinto a recitare, come sempre? Così non volendo sbilanciarsi sull’opera, cosa t’inventa il grande istrione? Il collegamento tra la tragedia di Tortona, dei sassi dal cavalcavia che hanno ucciso una donna, e il monumento: “non si può nell’anno in cui c’è la dannazione delle persone che vengono uccise con i sassi sopra le macchine, scaricare un sasso sopra una macchina come monumento alla violenza e agli incidenti stradali, l’artista non c’entra nulla (ancora una presa di distanza, ndr), sarà anche bravo, ma è una cosa di cattivo gusto”. Di fronte a questa alterazione dei fatti, anche noi che abbiamo criticato l’operazione culturale relativa al monumento, saremmo portati a difenderlo. Caro Sgarbi, visto che ci tieni tanto all’informazione, faresti bene ad informarti prima di fare comizi in pubblico: il monumento in questione è stato realizzato prima che avvenisse il fenomeno dei sassi dal cavalcavia. Potevano almeno dirtelo i tuoi supporter, ti avrebbero evitato una brutta figura. Ma quando uno non ha nulla da dire, ricorre ai mezzi che può. Non entriamo nel merito di tutto il discorso sulla giustizia e sui giudici, perché sarebbe troppo lungo e poi è apparso così evidente (lo hai detto perfino apertamente: ti si può dare atto della franchezza) che l’attacco ai giudici di Milano e Palermo (gli unici che hanno tentato di moralizzare la vita pubblica) mirava a difendere il plurinquisito Cavalier Berlusconi e l’evidente conflitto di interessi che tormenta la nostra politica. Se provate a leggere la trascrizione del comizio di Sgarbi, pur tenendo conto che parlava a braccio, si ha l’impressione di un discorso senza capo, né coda, senza senso, confuso e pieno di contraddizioni. Qualche battuta carina? Ve le regaliamo: un moralista come me, nel senso antico della parola... ho capito tutto, perché sono un ragazzo sveglio... ho reagito con la mia consueta moderazione... ho accettato le accuse di mafioso con cristiana rassegnazione... io elaboro sentenze, anticipando ciò che poi accerteranno le magistrature... non ho mai sbagliato nelle mie sentenze... sono l’unica voce che ha testimoniato la controinformazione... sono un buon cristiano, perché ho letto il catechismo. Una delusione anche come uomo di spettacolo: noi preferiamo meglio Beppe Grillo. Su una cosa forse potremmo essere d’accordo con lui, quando dice: alcune “star” parlano molto e agiscono in modo improvvido, per cui personaggi minori o marginali o di periferia prendono esempio da questi grandi modelli, manifestando disprezzo per le persone. Anche a Molfetta lui è stato un bell’esempio per qualche personaggio politico locale il quale dopo aver affermato che “parlare male di Guglielmo Minervini non è mai abbastanza”, e dopo aver goduto del fatto che i politici molfettesi della prima repubblica siano stati tutti prosciolti nei vari processi a loro carico, afferma che “quest’amministrazione ha costruito le proprie fortune sulla manipolazione dei meccanismi giudiziari e dell’informazione”. Non c’è bisogno di prendere le difese dell’amministrazione di fronte a una bugia così grossa. Ma per ristabilire la verità e mettere in risalto anche qui le contraddizioni del suo discorso vorremmo chiedere all’amico De Nicolo: a quale manipolazione giudiziaria si riferisce, se i politici sono stati tutti prosciolti? di quale manipolazione dell’informazione parla, se l’informazione locale è tutta o quasi schierata a destra e solo QUINDICI rappresenta la voce, caro Sgarbi, della controinformazione locale, di area di centro sinistra, come abbiamo sempre dichiarato, ma aperta e rispettosa di tutti, come, a distanza di tre anni, ci viene finalmente riconosciuto dagli stessi esponenti politici del Polo. In conclusione, non ci possono essere due giustizie: quella che opera bene quando assolve i nostri amici e condanna gli avversari e quella che opera male quando fa il contrario. O le leggi sono fatte male (e non mi sembra questo il caso, visto che in molte vicende le leggi vanno bene al Polo), e vanno cambiate oppure bisogna avere il coraggio dell’onestà intellettuale e accettare l’operato della magistratura. Un consiglio, infine: impariamo a fare politica seria e non spettacolo. Ne guadagnerà l’intera comunità. Accademia in consiglio comunale I problemi della città sono più importanti delle chiacchiere. A Molfetta se ne fanno troppe, complici anche alcuni media. Ma anche gli amministratori non scherzano, basti pensare a tutta l’accademia che si è fatta in uno degli ultimi consigli comunali, quando si è parlato degli animali del circo. Un argomento giusto, ma sul quale era sufficiente fermarsi pochi minuti non ore. Stessa cosa dicasi per altri temi, che restano solo nei verbali delle sedute del consiglio. Manca un anno alle elezioni amministrative, occorre concentrare gli sforzi su pochi essenziali problemi, peraltro già individuati. A quest’amministrazione va senza dubbio riconosciuto il merito di aver realizzato validi progetti per il recupero (basti pensare all’impegno con i giovani) di un tessuto sociale disgregato (molto più importante di tante opere pubbliche), di aver avviato concretamente il recupero del centro storico, di aver finalmente ultimato l’iter di un piano regolatore che attendeva da oltre 10 anni, di aver regolamentato la vita cittadina e amministrativa, di aver puntato a migliorare la qualità della vita. Ma si tratta solo di un primo passo anche se fondamentale. I grandi problemi cittadini, trascurati da anni di disamministrazione (quante opere incompiute!), restano ancora lì. Il nostro giornale da sempre punta alla conoscenza dell’economia e delle risorse locali, a sollecitare il recupero (dove esiste) e la creazione di una nuova realtà imprenditoriale, l’unica in grado di creare occupazione. Occorre accelerare la discussione sull’ampliamento della zona artigianale e dell’area Asi, utilizzando un’indagine a tappeto delle imprese locali, attraverso un osservatorio socio-economico-produttivo. Occorre poi sciogliere il nodo relativo al piano del porto. E’ necessario, perciò, incentivare l’iniziativa privata, assistendola e coordinandola. In un anno non si può fare tanto, ma anche quel poco possibile va fatto. §§§§§§ Si recupera la nave degli albanesi e il peschereccio molfettese? E’ questo l’interrogativo che assilla in questi giorni non solo la marineria molfettese, ma tutta la città. E’ giusto recuperare quei poveri corpi albanesi? Non facciamo del razzismo, per carità: lo sa bene chi ci conosce. Ma perché, ci si chiede, le vittime del “Francesco Padre” restano ancora in fondo al mare? Perché non recuperare anche loro, magari utilizzando gli stessi mezzi? Un interrogativo al quale occorre dare una risposta, se non si vuole alimentare proprio quel razzismo deteriore, che in questi casi potrebbe avere solo origini emotive. Cadrà ancora una volta il silenzio? La città aspetta. QUINDICI - 15.5.1997
Felice de Sanctis
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