Postino del Sud va dove ti porta il posto di lavoro
Il premio per emigrare
01/04/1995 22.39.00
Anche l’emigrazione ha un prezzo: 60 milioni. Nell’Italia delle mille contraddizioni accade che le Poste siano costrette a ricorrere a un maxi-incentivo per spingere la gente a trasferirsi al Nord e coprire 13mila posti liberi di portalettere. La proposta è rivolta ai dipendenti in esubero del Sud (sono solo 3.400), che potrebbero così «godere» di uno stipendio doppio. Infatti i 60 milioni lordi equivalgono a due anni di retribuzione di un postino. A rendere più allettante la proposta, c’è anche la «promessa» di far tornare a casa, dopo due anni, tutti coloro che lo richiedessero. La decisione, senza precedenti, è stata determinata dalla carenza di personale (nella sola Lombardia, è di circa 3.500 unità). Le Poste, che nel primo anno di bilancio come Ente hanno registrato una perdita di 1.570 miliardi, pensano che questa soluzione sia la più economica e la più rapida per far fronte all’emergenza. Infatti, non è stato sufficiente aver bandito alcuni concorsi per risolvere il problema dei posti vacanti al Nord, perché la maggior parte dei vincitori era costituita da gente residente nel Mezzogiorno. Così, questi dipendenti, una volta assunti avevano chiesto ed ottenuto (complici le solite raccomandazioni) un «distacco temporaneo», non sempre legato a veri motivi di servizio. Ma nel nostro Paese, si sa, nulla è più definitivo del temporaneo. Ora, paradossalmente, diventati infruttuosi anche i concorsi non rimaneva che studiare altre soluzioni. Così l’offerta di incentivi economici è sembrata la strada migliore, approvata anche dai sindacati. Ma all’Ente Poste non si aspettano miracoli. Del resto chi può garantire il ritorno a casa dopo due anni? Con quali prospettive: è sicuro il rientro al lavoro nella stessa località di residenza oppure è più probabile il ritorno in «posizione non occupazionale» (cassa integrazione e mobilità)? Al Nord ci rimproverano di preferire la disoccupazione all’emigrazione, senza considerare i disagi (anche psicologici) dello sradicamento territoriale, cui vanno aggiunti quelli della distanza, moltiplicati dalla scarsità e dall’inefficienza dei mezzi di trasporto pubblico, dal problema di cercare casa e di trovarla anche a prezzi accessibili, per non lasciare tutto lo stipendio in vitto e alloggio. Ecco perché la proposta dell’incentivo appare meno penalizzante. Ma occorre fare anche qualche considerazione. Il dramma del Sud, dove la disoccupazione arrivata ormai al 21% contro il 12% del Nord, anche quello di non poter scegliere non solo il lavoro, ma nemmeno il luogo dove svolgerlo. Le prospettive sono quelle di sempre: l’emigrazione. E il Nord compra tutto: il lavoro, gli affetti e, forse (qualcuno vorrebbe), anche le coscienze. La schiavitù del bisogno porta anche a questo e alla logica dell’assistenzialismo, che ha creato tutte quelle degenerazioni, i cui effetti sono sotto i nostri occhi in questi giorni. Quando si permetterà al Sud di camminare con le proprie gambe? Quando si consentirà alla sua gente di affrancarsi dal clientelismo per trovare un posto di lavoro? Al di là di tanti discorsi e di progetti-tampone, non mai stata fatta una politica di sviluppo economico. In questa situazione chi promette posti di lavoro viene visto come un salvatore. Ma i miracoli, in un’economia di mercato, non li può fare nessun santone televisivo e nessun «benefattore» sanitario, ma solo una cultura d’impresa che stenta a nascere, soprattutto per effetto di quella mentalità assistenzialistica dura a morire. Ma anche perchè il Nord la ostacola, per sfruttare la raccolta bancaria e perfino per godere dei benefici della spesa pubblica. Questa è la verità, il resto è materia da tavole rotonde che produce solo chiacchiere. Così il Sud finisce per mettere in vendita anche la propria dignità. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pagina - 1.4.1995
Felice de Sanctis
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