Lavello, il reggiseno del riscatto
INCHIESTA – Il distretto lucano della corsetteria soffre gli effetti dell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre.Dal boom alla crisi attuale, con la voglia di ricominciare
19/02/2002 9.37.00
Dal nostro inviato LAVELLO - Lo sviluppo arriva da una catastrofe, la crisi da un’altra catastrofe. In due momenti diversi, a distanza di vent’anni uno dall’altro, due eventi drammatici, il terremoto dell’80 e l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre, segnano il destino di Lavello. Piccolo paese della Basilicata, a Nord-Est della provincia di Potenza, a un passo dalla decantata Fiat di Melfi. Un fiume, l’Ofanto, la divide da Cerignola terra di Di Vittorio e delle lotte contadine, ma ad oriente si congiunge con la Puglia e la provincia di Bari. Questa comunità di 14mila anime deve la sua fortuna anche alla collocazione geografica di frontiera. La sua posizione territoriale non è insignificante: il paese l’ha saputa «sfruttare» per cogliere il vento dello sviluppo, utilizzando quel mix di fattori territoriali, culturali e umani «coniugando l’imprenditorialità barese, andriese in particolare, con la bonomia locale», come felicemente la definisce Mauro Luisi, anima e promotore di questo «miracolo» economico che si chiama corsetteria. L’industria del reggiseno Nata per caso e per necessità, l’industria dei «reggiseni», costituisce ormai l’unico «distretto» italiano specializzato in questo settore, con una produzione di 4-5milioni di capi l’anno, un quinto dell’intera produzione nazionale, realizzata in 50 aziende per complessivi 500 addetti, che ha in Lavello il nucleo più consistente di questo quadrilatero (composto anche da Melfi, Venosa e Ginestra), con l’80% di imprese e l’85% di addetti. E’ un distretto atipico, fra virgolette, un simili distretto come sottolineano Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò, docenti di economia all’Università della Calabria, nel loro interessante libro: Il «distretto» dell’intimo, che analizza il fenomeno di uno sviluppo industriale nel Mezzogiorno. «Che il sottosviluppo industriale non sia tuttavia un destino ineluttabile del Mezzogiorno - scrivono gli autori - è dimostrato proprio, nel suo piccolo, dall’evoluzione del sistema della manifattura lavellese negli anni Ottanta e nel decennio seguente, allorchè‚ altre congiunture nazionali e altro protagonismo della società locale concorrono a innescare prima, e a corroborare poi, il meccanismo dello sviluppo imprenditoriale endogeno e dell’allargamento della base produttiva e occupazionale». Il Patto Territoriale Oggi il Patto territoriale della corsetteria (82 miliardi di finanziamento previsti: 22 per le infrastrutture e 60 per le imprese) rappresenta la realtà più tangibile di un fenomeno che nel corso degli anni è cresciuto fino ad assumere le dimensioni attuali, ma che, come tutte le attività produttive sta attraversando una fase ciclica discendente, che pone Lavello a un bivio: cambiare o soccombere. Dopo 20 anni di crescita spontanea i segni della crisi cominciano ad avvertirsi e la terapia non appare né facile, né univoca. Una storia straordinaria Per capire la situazione attuale occorre leggere a grandi linee la storia della corsetteria a Lavello, che comincia con la «terribile occasione» del terremoto del 23 novembre 1980. C’erano due modi per reagire alla tragedia: quello della rassegnazione piagnistea in attesa di ricevere gli aiuti da spalmare sul territorio in modo assistenziale o speculativo e quello di attivarsi per progettare un futuro diverso al di fuori e al di là dell’emergenza. E questa strada, percorsa fino in fondo, è risultata vincente. Protagonista della svolta è la Cna (la Confederazione di sinistra degli artigiani) e in particolare il suo segretario, Mauro Luisi, che comincia ad interrogarsi subito sul destino della sua terra, intuendo che la pur fiorente e moderna agricoltura (ci sono anche alcune industrie di trasformazione) non era più sufficiente a creare nuova occupazione e soprattutto crescita economica. A favorire questo processo contribuisce la stessa Confederazione che avvia un gemellaggio solidaristico (gli artigiani del Nord si tassano e mettono insieme 500 milioni) fra la stessa Cna lucana e quella modenese, in particolare Lavello con Modena. La presenza degli emiliani in Basilicata stimola gli artigiani locali, anche grazie ad una mobilitazione sociale che vede in primo piano esponenti del partito comunista di Bologna e Modena inviati «per individuare i punti di debolezza e le strategie di crescita per le piccole imprese». Lo stesso Luisi comincia a percorrere più volte la strada Lavello-Modena alla ricerca di possibili prospettive industriali che, però, avessero attinenza con la vocazione del territorio e soprattutto dei suoi abitanti. Alla ricerca di un’idea «Cominciai a chiedermi - racconta l’ex segretario del Cna - quale tipo di attività si potesse importare da noi. L’esistenza di qualche maglieria e soprattutto di piccole e medie aziende agricole mi confortava sulla presenza di un humus imprenditoriale locale. Così, recandomi spesso in Emilia Romagna, sondai la disponibilità di qualche azienda a decentrare la produzione nel nostro territorio». Insomma, l’obiettivo era quello di acquisire commesse per lavori in conto terzi. Ma quali lavorazioni richiedere? Cosa proporre in una realtà frazionata come quella lucana? «Nasce da quest’esigenza - continua Luisi - la creazione di un Consorzio confezionisti di Lavello, una prima forma di organizzazione che attraverso la grande tradizione cooperativa (Lavello vantava già nel 1906 una cooperativa di ebanisti) e l’attitudine ad associarsi tipica di questa realtà sociale, poteva attecchire e offrire maggiori garanzie alle aziende committenti». Messe insieme cinque imprese non proprio fiorenti, il Consorzio, conscio della mancanza di specializzazione, si offre di confezionare quello che capita: maglieria, pigiami, pantaloni ecc. Con un pizzico di «coraggio» meridionale questi artigiani si spacciano per imprenditori. Gli inizi non sono esaltanti, anche perché c’è carenza di professionalità, ma per chi ha necessità di lavorare, è già qualcosa. Le prime commesse «Eravamo combinati male - ricorda Luisi - le prime commesse erano tali che quando un laboratorio si avviava e andava in produzione, la partita produttiva era finita». Poi i contatti stabiliti dalla Cna con il Citer (Centro di informazione tessile dell’Emilia Romagna) favoriscono l’incontro con un grossista di filati e di macchine da cucire alla ricerca di laboratori di subfornitura per alcune aziende sue clienti interessate a decentrare fasi produttive in regioni con abbondante manodopera femminile a basso costo. Un’azienda modenese in particolare offre la possibilità di delocalizzare la produzione di reggiseni fornendo le macchine e la formazione professionale. Cinque ragazze di vent’anni partono per Modena, devono imparare in fretta, il «corso di formazione» ha breve durata: solo una settimana. Poi tornano a casa su un camion carico delle stesse macchine sui cui hanno imparato il loro nuovo mestiere e sulle quali lavoreranno domani. Ognuna di loro apre un laboratorio e nasce la cooperativa «Lavello 1», dalla quale, per gemmazione nascono le nuove imprese (Lavello 2, Lavello 3 ...) in sinergia: mogli, fratelli, cugini, perfino vicini di casa, uno insegna il lavoro all’altro e poi ognuno di loro avvia un laboratorio artigianale in cooperativa in una sorta di familismo produttivo postfordista di fede socialista. Un «polo rosso» della corsetteria che coniuga associazionismo economico e politico. C’è spazio perfino per le nonne alle quali è affidato il compito di rifinire i pezzi a 60 lire (0,03 euro): sono decine al giorno, tempo medio 30-40 secondi a pezzo, fa una bella sommetta. Sviluppo senza mezzi Così Lavello smentisce tutti i trattati economici: sviluppo senza infrastrutture («non sempre la ferrovia o l’autostrada portano sviluppo»), capitale, formazione, indotto, know-how. Ci si affida solo alla volontà e a una «comunità economica» fatta da «carte di credito» costituite da rapporti familiari, di amicizia, che diventano risorse economiche. «Ma non rapporti mafiosi, qui la criminalità non c’è», tengono a precisare tutti in paese. Perfino la cosiddetta clientela politica diventa motivo di coagulo. E’ il «miracolo economico», ancora più straordinario se si pensa che viene realizzato senza mezzi: non è investita una lira (che non c’è) di capitale, creando lavoro anche se a basso costo, ma ad alta produttività: un’ora di lavoro a Lavello costa 6.900 lire, contro le 16.800 lire di Modena. E attraverso le commesse mensili si riscattano le macchine a rate. Anche i locali sono di fortuna: garage, cantine, perfino la cucina di casa. Importante è la puntualità e la precisione nella realizzazione dei pezzi concordati dal Consorzio che provvede a fissare i prezzi e a consegnare il prodotto a Modena. E’ Luisi che si preoccupa di percorrere su e giù i 700 chilometri che separano Lavello dalla città emiliana, con un vecchio camper abbandonato, dopo l’emergenza del terremoto. Dalla prima committenza si passa ad altre e così via fino all’ambizione di alcuni di lasciare il lavoro controterzista per avviare produzioni finali in proprio. Il lavoro da nero si trasforma in grigio, grazie anche ai contratti di gradualità: niente più posizioni irregolari, solo qualche «limatura» al fatturato, «per colpa dei grossisti che vogliono fatturare solo il 50 per cento della merce». «Ma a Lavello abbiamo preteso il rispetto delle regole - dice con orgoglio Luisi - e dall’altra parte si rispettano gli orari di lavoro, senza turni di notte o superlavoro». E chi esce dall’azienda perchè si sposa, si porta il lavoro a casa e, tra una pentola e l’altra, continua a confezionare reggiseni a balconcino. La scoperta dei mercati esteri Intanto si diversificano i contatti e anche i mercati, allargandosi all’estero, collocandosi, però, in una fascia di mercato medio-basso: ambulanti e grandi magazzini. Pian piano si esaurisce la funzione del consorzio e si passa a una vera e propria società di commercializzazione, «Imagine», di cui sono soci gli stessi produttori. E c’è chi delocalizza la produzione di più basso profilo tecnologico perfino all’estero, in Tunisia. Il «boom» dura vent’anni, con redditi tra i più elevati della Basilicata (ci sono ben 7 banche per appena 14mila abitanti, un record e un indice di sicuro benessere). Poi agli inizi del 2001, si avvertono i primi venti di crisi: colpa del crollo dei consumi e dell’invasione dei prodotti dei mercati asiatici, frutto di manodopera a costi ancora più bassi. E’ un percorso che hanno attraversato tutte le produzioni medio-basse, costrette a scegliere tra il salto di qualità e la marginalità. Poi l’11 settembre assesta un duro colpo al distretto dell’intimo: il crollo delle torri, porta con sè quello dei consumi e i reggiseni griffati destinati ai mercati ricchi si riversano su quelli più «poveri» a prezzi stracciati, facendo concorrenza ai balconcini di Lavello. Quale futuro? Difendere solo l’esistente è perdente, lo riconosce perfino il «rosso» Luisi che ipotizza due percorsi: salto di qualità verso mercati di nicchia, con la riconversione del personale per evitare la disoccupazione e mantenimento della fascia medio-bassa, per non perdere la sicurezza dell’esistente, concentrandosi sui mercati dell’Est, dove i nostri prodotti sono vincenti su quelli orientali: sui più bassi contenuti tecnologici, prevalgono i contenuti moda, sui quali gli italiani sono imbattibili. «Ha notato come la ragazzina di 10 anni abbia un proprio gusto e non si faccia influenzare dalla madre? Se dice che non le piace un paio di scarpe, non c’è verso di fargliele indossare. Provi a confrontare questo atteggiamento con quello di una ragazzina americana: per lei va bene tutto, purché serva a camminare», spiega Luisi, che ormai è un super esperto e ha maturato una grande esperienza imprenditoriale non utilizzata per sè, ma a favore degli altri: vecchia scuola, antico romanticismo. Oggi non ci sono più quei partiti che negli anni 60-70 non si limitarono a guidare le proteste, ma avanzarono anche proposte, una classe dirigente che non si fece travolgere dai cambiamenti, ma seppe guidare la trasformazione. Oggi occorre sempre più fare i conti con la Fiat e con la mentalità dei giovani che cercano il posto fisso e con una disoccupazione prevalentemente intellettuale, che può trasformarsi in risorsa economica. Il «capitale relazionale», il familismo solidale non bastano più, serve personale qualificato di alta professionalità che conosca le lingue e sia in grado di creare società di servizi. Serve quella capacità di cogliere l’occasione, come in passato, appunto. Ma è anche necessario abbandonare i laboratori negli scantinati o nei garage per darsi una dimensione strutturale adeguata sia ai nuovi macchinari che al tipo di produzione. Ma a questo devono pensare le istituzioni, predisponendo adeguate aree di sviluppo industriale. Sono le imprese, comunque, che devono fare la scelta di crescere se vogliono che il miracolo lucano riprenda in un mercato sempre più globalizzato. E’ questa la nuova sfida di Lavello. L’alternativa? Restare un «caso» economico relegato nei ricordi del passato, in un libro o in qualche articolo di giornale che racconta un fenomeno durato solo vent’anni. La Gazzetta del Mezzogiorno - economia inchiesta - 19.2.2002
Felice de Sanctis
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