Sul pulmino delle contadine muore l’ultima speranza
Il caporalato, un fenomeno che cambia. Si pensava fosse in estinzione. Ma la tragedia di Oria lo ha riportato alla nostra attenzione. E intanto muta il carattere dell’«impresa» e il ruolo dell’arruolatore: si sente sempre più odore di mafia
04/09/1993 12.36.00
Partono prima dell’alba, gli occhi gonfi di stanchezza, le labbra contratte per lo sforzo. Ammassate in un pullmino, consumano gli ultimi scampoli di sonno sulle spalle delle compagne. La strada è lunga. Anche 200 km. Poi, eccole sui campi: macinano fatica e sudore, che valgono solo 20mila lire. «Il caporale dice: forza, diamogli. E ogni colpo che diamo - sono versi del poeta Andrea Albano - il sudore scorre a cannella, la lingua si inaridisce, ma nessuno di noi parla: prima è il caporale che berrà...». Il caporalato, antica piaga del Mezzogiorno, si ripropone in versione moderna, ma, nella sostanza, resta sempre una forma di schiavismo contro le donne del Sud, contro le madri del Sud, che lasciano i figlioli nel tepore dei loro letti, per uscire alle 3 del mattino e andare a lavorare nei campi. Per bisogno. É la cultura del bisogno giustifica ogni cosa: sfruttamento, lavoro senza diritti né garanzie, tanta fatica. Che uccide. Anche per strada. Sono morte così tre donne ad Oria. Non ultime. Andavano al lavoro in un «furgone» stracolmo: erano in 18, dove c’era posto solo per 9. Come bestie da macello, carne umana da lavoro. «Speriamo che il sole non sia troppo caldo», era questa la loro unica preoccupazione, per sopportare meglio la fatica. E’ un lavoro che non ha età, contano solo le braccia. Il vero dramma della disoccupazione non sta nei grandi numeri (3 milioni di senza lavoro) che leggiamo in questi giorni, ma in tante piccole tragedie di gente povera, di cui nessuno parla, fino a quando non provvede la morte a squarciare, ma solo per qualche giorno, il velo di un'indifferenza colpevole. Solo allora si scopre l’altra faccia della crisi del lavoro, soprattutto nel Sud. Qui, di lavoro, si muore. È un lavoro duro, malpagato, ma onesto. Queste donne non operano nella criminalità organizzata che paga molto meglio per un lavoro che non richiede fatica, ma solo destrezza e malvagità. Le braccianti si spezzano la schiena per raccogliere pomodori sotto il sole d'agosto per tornare la sera casa a rivedere appena quei figli lasciati nel letto, prima di crollare sotto il peso della stanchezza. Senza tregua. Domani, all'alba, si ricomincia. Per 20mila lire. Ma la criminalità paga i caporali, col compiacente consenso delle imprese agricole (o dovremmo chiamarli ancora proprietari terrieri?), che hanno bisogno di braccia «stagionali», a poco prezzo. E poi oggi ci sono - loro malgrado anche gli extracomunitari, altri moderni schiavi anche per il colore della pelle, a «turbare» il mercato. La loro massiccia presenza permette, infatti, ai caporali di imporre condizioni di lavoro sempre più aberranti, che nei Paesi civili sono ormai relegate nei libri di storia. Ecco perchè le donne accettano paghe insignificanti: è l’unico modo per lavorare. E subiscono violenze morali, ma anche fisiche (e a volte sessuali), dai caporali. Ma la constatazione di una realtà non deve significare la sua accettazione sic et simpliciter. Il fenomeno va combattuto, per i suoi risvolti mafiosi. Il caporale che andava in piazza a reclutare manodopera tastando i polsi ai braccianti, per poi «collocarli» nelle masserie di Puglia, è quasi scomparso. Oggi - come ricorda Vincenzo Lacorte, segretario generale della Flai-Cgil Puglia - dobbiamo fare i conti con due nuove e diverse figure: il caporale pullmanista e il caporale maestro. Il primo è quello che ha il mezzo di trasporto e ha il rapporto con le imprese, alle quali procurerà la manodopera necessaria. Insomma, quello che vende le braccia. Il caporale maestro, invece, oltre a conoscere e mantenere i rapporti con le imprese, dispone del «patrimonio professionale» atto a formare i lavoratori, attraverso lezioni teoriche e pratiche, date direttamente sul campo e durante l’iter lavorativo. In Puglia, operano oltre un migliaio di caporali. Nel Foggiano viene trasportata la manodopera dal Gargano, almeno 10mila braccianti, sino alla Piana del Tavoliere. Poi c’è il caporalato che gestisce circa 15mila extracomunitari. Altri 20mila braccianti vengono trasportati nell’area della Murgia barese, tarantina e brindisina. Infine c’è il caporalato del Leccese, che recluta lavoratori per conto delle aziende. In tutto il Sud i sindacati calcolano in 300mila le persone che lavorano sotto un caporale. Le paghe variano notevolmente. Nel Brindisino, per la raccolta del pomodoro, anche se ingaggiate regolarmente, le lavoratrici percepiscono 22-23mila lire al giorno. Stesse cifre per la semina dell'insalata autunnale. Il compenso sale, invece, a 40mila lire per la raccolta dell'uva da tavola. Il caporale intasca, per ogni bracciante, 10-15mila lire al giorno. Questo fenomeno è nato come esigenza di ricerca rapida (e non con i tempi lunghi del collocamento) di manodopera stagionale. Poi ha subito un’evoluzione in linea con i tempi. Il caporale da semplice intermediatore d’opera si è trasformato in una figura dai contorni imprenditoriali. In pratica è diventato un 'impresa che offre alle aziende agricole il servizio di reperimento e trasporto della manodopera, con la professionalità occorrente nel periodo in cui essa serve. Effettua l’operazione di registrazione delle giornate, sostituendosi in pratica, al collocamento. Le esigenze commerciali hanno, infatti, imposto la necessità di avere forza lavoro non solo flessibile e professionalizzata, ma soprattutto mobile e disponibile al massimo di mobilità. Ecco perchè il caporalato è difficile da combattere in Puglia e nel Sud, «perchè — ricorda Lacorte — esso è parte integrante del modello di sviluppo affermatosi nel Mezzogiorno». Ora questo modello è in crisi rispetto all’evolversi del mercato e dell'innovazione nel processo produttivo. Oggi si riduce la forza lavoro a favore di una maggiore specializzazione. E si riduce anche il margine di guadagno dei caporali. I quali, perciò, costringono le aziende (siamo già al racket) a mantenere alto il numero delle braccia, a discapito dei processi di riconversione e modernizzazione. Esso sopravvive grazie ad imprese marginali, sostenute da politiche assistenziali. Il caporalato, quindi, non è un semplice fenomeno dell’agricoltura meridionale ma assume una sua dimensione sociale ed economica. E’ un fattore di ritardo per lo sviluppo dell'agricoltura e alimenta anche l'assistenzialismo. Ecco perchè è stato sempre coperto. Veniva considerato valvola di sfogo per la disoccupazione di massa («senza di noi la gente morirebbe di fame», dicono i caporali), ma anche centro di potere e di clientele nel mercato del lavoro, governando consensi elettorali. Poi i contributi assistenziali hanno fatto resto. I caporali, perciò, sono figli di questa realtà economica, che ha avuto come protagonisti imprenditori agricoli, che hanno badato al guadagno immediato, e senza problemi. Ma anche senza futuro, come sta accadendo in Puglia. Hanno ottenuto ingaggi «in nero», pagando tangenti a chi li procurava, divenendo poi vittime dei ricatti dei caporali che sono riusciti ad ottenere quote di proprietà, riciclando anche denaro sporco o comunque inserendosi nel ciclo complessivo di produzione e commercializzazione. Così il fenomeno ha assunto aspetti mafiosi, spesso sottovalutati dall’opinione pubblica. Se lo Stato non è in grado di garantire una certa manodopera in agricoltura e non è capace di organizzarne il trasporto con mezzi pubblici questi spazi vengono occupati da soggetti che non hanno certo finalità sociali, e condizionano, la libertà d’impresa nelle campagne. Il caporalato si combatte, perciò solo con una maggiore presenza pubblica, magari cominciando a tagliare i finanziamenti statali a tutte le aziende che utilizzano i caporali, oltre a modificare le norme del collocamento in agricoltura e a garantire un trasporto, in condizioni umane, della manodopera nelle campagne. E un ruolo importante lo possono svolgere anche le imprese agricole passando dall’assistenzialismo (e dall’eccedenza) all’agricoltura di qualità collegata con l’industria e i mercati. Ora dopo il rumore che si è fatto in questi giorni, tornerà il silenzio? Le donne continueranno ad alzarsi all’alba, a soffrire e a morire per 20mila lire? E «quando il sole comincia a calare, allora sì lo jurnateri la saluta, perchè ella ha le gambe come una canna schiacciata e la schiena irrigidita». La Gazzetta del Mezzogiorno - economia inchiesta - 4.9.1993
Felice de Sanctis
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