Più si è deboli, più si esporta
01/02/2000 10.13.00
FELICE DE SANCTIS Segna febbre il termometro: l’euro scende, l’inflazione sale. Ma la cosa non sembra destare troppa preoccupazione e tutti minimizzano: dal vice direttore del Fondo monetario internazionale, Fisher, al presidente della commissione europea, Prodi (che ammicca agli imprenditori perché l’euro debole favorisce l’export), fino al severo presidente della Bundesbank, Welteke, che al vertice di Davos ha invitato a comprare euro, «perché presto la moneta europea risalirà». La gente appare disorientata, eppure nessuno sembra lamentarsi più di tanto. Perché? Solo la Banca centrale europea piange e forse si prepara a rialzare i tassi, come conseguenza del probabile ritocco di quelli Usa. In realtà, pur essendo fondati i timori del presidente della Banca europea di un rialzo dell’inflazione, lo stesso Duisenberg (foto) ha confermato che la ripresa di Eurolandia è avviata, anche se ancora in modo troppo lento (e questo si riflette sulla sua moneta) benché le previsioni parlino di un Pil in salita di oltre il 3% quest’anno. Ma l’euro continua a scendere al di sotto della parità con il dollaro: dalla sua istituzione, un anno fa, ha perduto quasi il 17% del suo valore. E non è poco. Come si spiega allora questa apparente contraddizione che fa risalire l’inflazione e alleggerisce il nostro portafoglio? Anzitutto con la forte crescita dell’economia degli Stati Uniti, inarrestabile da circa otto anni e destinata a durare ancora fino al 2002, secondo le previsioni. Una crescita ad un tasso doppio rispetto all’Europa con la disoccupazione alla metà. L’euro, termometro dell’Europa, riflette la debolezza economica del Vecchio Continente, che però permette alle imprese (soprattutto quelle italiane) di recuperare competitività sul fronte delle esportazioni. Un aiuto insperato. Parallelamente alla discesa della moneta unica, si registra un aumento dell’inflazione in Eurolandia (questa volta siamo in buona compagnia, ma non abbiamo ragio-ne di gioire) con un tasso dell’l,7% (era lo 0,8% a febbraio ‘99) che viaggia verso il 2%. Il dollaro forte favorisce le esportazioni, ma fa crescere il peso e il costo delle materie prime come il petrolio, che paghiamo con la moneta Usa, e questo provoca la salita dei prezzi. Di qui il rischio che scatti la difesa della Banca europea con l’aumento dei tassi (di un punto?). Un’ipotesi che per l’Italia sarebbe pari ad una scossa di terremoto, a causa del suo enorme debito pubblico, lasciato in eredità dalla politica dei «favolosi» anni ‘80, che qualcuno sconsideratamente torna a rimpiangere. Inoltre, il rialzo dei tassi determinerebbe una frenata nella crescita economica dell’Europa. Ma è proprio la debolezza della nostra crescita a far lievitare la sfiducia nella moneta. Insomma, un circolo vizioso, con l’Italia e il Mezzogiorno che non possono certo gioire. L’ultimo rapporto Ocse rivela, infatti, che tra il 1980 e il 1998 l’economia italiana è cresciuta di appena il 18,2%, mentre negli altri Paesi il Pil è salito del 49,1%,quasi il triplo, e negli Usa è volato del 64%. Quali rimedi? Alcuni economisti ritengono che vada anticipata al 1° gennaio del 2001 l’emissione e la circolazione delle nuove monete e banconote europee: si darebbe maggiore visibilità alla moneta sui mercati internazionali e si accelererebbe il processo di unione economica, e magari, finalmente, si creerebbe una struttura che governi in modo unitario l’economia della Ue. Accanto a ciò occorrono riforme strutturali concrete. Le timide e incomplete privatizzazioni (l’Italia, secondo l’Economist, è soltanto al 18° posto nella classifica delle liberalizzazioni economiche) non hanno permesso una libera concorrenza che avrebbe favorito l’abbattimento dei prezzi e, di conseguenza, ridotto l’inflazione. E il Sud? Bene l’export, ma non basta. Anche perché complessivamente l’export italiano è risultato nel ‘99 fanalino di coda nella Ue, con un incremento di appena l’1,2 %. Occorre una maggiore produttività (vedi gli Usa) con una flessibilità controllata, ma anche dotare il Mezzogiorno delle necessarie infrastrutture (lo ha chiesto anche il governatore Fazio), soprattutto trasporti e telecomunicazioni, per metterlo in condizioni paritarie di competitività. Oggi l’euro è debole e ci fa comodo, ma quando ripartirà, che ne sarà della nostra competitività se non saranno realizzate le riforme necessarie a superare le debolezze strutturali del nostro sistema economico? Ma in Italia si continua a litigare sulla par condicio e sul giusto processo. La Gazzetta del Mezzogiorno - 1ª pagina - 1.2.2000
Felice de Sanctis
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