La pesca muore, Ue sotto accusa
Regole rigide costringono i marinai a sfidare le avversità atmosferiche. Dopo la tragedia di Metaponto
29/11/2005 23.16.00
«Occorre aspettare che accadano disgrazie in mare per parlare dei problemi della pesca, eppure combattiamo ogni giorno contro leggi assurde, carenza di infrastrutture e mancata flessibilità del lavoro». Cosimo Farinola, direttore dell’Assopesca di Molfetta e responsabile regionale di Puglia e Calabria della Federpesca, è amareggiato per la scarsa attenzione che i media riserverebbero a un settore sempre in ombra. Eppure questo comparto ha una grande importanza per l’economia pugliese, come l’agricoltura, ma minore visibilità. Ne deriva una scarsa conoscenza dei problemi che da anni attanagliano la marineria pugliese e che sono ancora lontani dall’essere risolti. Sotto accusa è prima di tutto l’Unione Europea per la sua ostinazione nella politica di riduzione dello sforzo di pesca, pur sacrosanto, ma realizzato in maniera inorganica, senza tener conto delle specificità territoriali che richiederebbero maggiore flessibilità per essere efficaci e anche per garantire maggiore sicurezza al personale addetto alla pesca. Una per tutte: la rigidità del fermo di pesca, che prevede l’obbligo di riposo settimanale il sabato e la domenica. Principio giusto, ma non applicabile ad un’attività legata alle condizioni atmosferiche, che certamente non seguono il calendario. Quante volte i pescherecci escono in mare con un tempo non proprio sereno o cercano di utilizzare parte della settimana, pur in previsione di maltempo, facendo i calcoli con le ore per il rientro tempestivo prima della burrasca, altrimenti non si porta nulla a casa? Del resto le giornate effettive di lavoro di un peschereccio si aggirano sulle 160 l’anno e sono in calo. E così si spiegano anche le tragedie del mare, una conferma del «rischio calcolato» che tutti gli armatori conoscono e tutti i marinai temono. «Il fermo tecnico disposto per il sabato e la domenica nell’intero arco dell’anno - aggiunge Farinola - non ha più consentito ai nostri pescherecci di allontanarsi dall’Adriatico, aumentando la concentrazione di pesca in quest’area e impedendo battute di pesca, in passato redditizie, nelle zone calabresi e siciliane». Eppure basterebbe una semplice flessibilità per permettere il riposo settimanale nei giorni di cattivo tempo, recuperando l’attività lavorativa proprio nei giorni festivi: una sorta di compensazione di giornate lavorative, come già avviene per i natanti impegnati fuori Adriatico. Ma questa soluzione gradita ad armatori medio-grandi, è sgradita ai piccoli pescatori, che con i loro natanti possono rientrare in giornata e organizzare meglio il loro impegno lavorativo. E questo è l’altro problema, la mancanza di unità fra le varie marinerie: pescatori dell’alto Adriatico contro quelli del basso, la piccola pesca contro la grande e così via. LA ROTTAMAZIONE DEI NATANTI Accanto a questo provvedimento l’Unione europea ne ha varato un altro, sempre con l’obiettivo di ridurre lo sforzo di pesca: la cosiddetta rottamazione dei natanti, con un premio per chi la realizza. È il programma «Sfop» che, a partire dal 1998, concede contributi ingenti agli armatori, ma che, in pratica, ha ridimensionato, se non dimezzato la flotta peschereccia. I criteri di assegnazione del contributo variano in base alla stazza e all’età della barca e, in qualche caso, arrivano a coprire l’intero valore del natante. Tanto per fare un esempio: per un motopesca da 50 tonnellate, il premio si aggira intorno ai 250mila euro. A Molfetta si è passati negli ultimi 10 anni da circa 190 pescherecci, agli attuali 86, proprio per via della rottamazione. In Puglia dal 2000 al 2003 la flotta complessiva si è ridotta da 2.400 unità ad appena 1.400 natanti per circa 13.000 tonnellate di stazza. Di fronte a queste cifre e alla crisi strutturale del settore, molti armatori gettano la spugna e reinvestono il capitale in altre attività economiche. E la pesca muore lentamente. Per dare un’idea dell’assurdità delle leggi comunitarie facciamo un esempio legato alla tragica vicenda di questi giorni dei pescatori di Molfetta morti nel naufragio al largo di Metaponto. Il peschereccio «Mare e vento» era stato acquistato per 180mila euro, la stessa somma che l’armatore avrebbe avuto se avesse scelto la strada della rottamazione. Invece, Vincenzo Cappelluti aveva scelto di indebitarsi per continuare questa attività e dare una prospettiva al figlio Francesco (l’unico superstite della sciagura). Ora si ritroverà a coprire il mutuo, pur avendo perduto il natante. E in questo caso, altra inconguenza delle leggi europee, non potrà riscuotere il premio di rottamazione per una barca che in pratica non c’è più. Per ottenerlo, si dovrebbe recuperare il relitto (cosa quasi impossibile e comunque fortemente onerosa, considerato che la barca si trova ad oltre 500 metri di profondità), ristrutturarlo, rimettendolo in condizione di navigare e poi demolirlo. Una follia economica! UNA POLITICA SREGOLATA Naturalmente questa politica impedisce la costruzione di nuovi natanti, costringe gli armatori a una costosa operazione di manutenzione per essere in regola con gli standard di sicurezza e non permette loro, in caso di rottamazione, di avere una barca di stazza superiore, che prevede maggiori confort a bordo (i marinari oggi sono alloggiati in veri e propri loculi), senza calcolare che non è la dimensione che fa aumentare la quantità del pescato. Insomma, molta improvvisazione in una materia economica delicata e importante per l’economia di molte regioni (anche se in Puglia non esiete una legge che disciplini il settore). Questo impedisce anche la realizzazione di strategie commerciali e di investimento. Anche l’espediente del «fermo biologico» e della riduzione delle maglie delle reti, per ridurre la capacità di pesca e consentire il ripopolamento della fauna ittica, si è rivelato, col tempo, inefficace, perché troppo breve per permettere una reale riproduzione. E poi, il provvedimento diventa antieconomico in quanto, alla ripresa del mercato, la sovrapproduzione fa calare il prezzo con effetti negativi sulla vendita. Si spiega così anche la mancanza di ricambio generazionale in quest’attività: i figli non vogliono continuare il mestiere del padre (<+nero cult>Francesco Cappelluti<+testo cult>, rappresentava un’eccezione alla regola) tant’è che l’età media degli addetti più giovani si aggira sui 45-50 anni. Di qui il ricorso sempre più massiccio all’utilizzazione di personale extracomunitario per lo più di origine senegalese (sono i più bravi, selezionati nel loro Paese e già esperti di un’attività che richiede alta specializzazione) e albanese (per questi ultimi sono previsti efficaci corsi di formazione professionale). Malgrado ciò, l’attività peschereccia resta pur sempre di tipo artigianale e familiare, soprattutto nel settore della piccola pesca. Di fronte a queste incongruenze, ad aumentare la diseconomia del settore si aggiungono i costi che hanno raggiunto livelli vertiginosi a cominciare dal prezzo del gasolio, passato in 5 anni (con un calcolo in euro), da 15 a 50 centesimi al litro con un’incidenza maggiore del 70%. Se si considera che la media giornaliera di consumo è di 10 quintali di carburante, che incide per il 50% sui costi totali, quantificabili in circa 1.000 euro giornalieri, si comprendono le scelte di rottamazione di molti armatori, soprattutto di fronte a ricavi sempre più risicati. IMPORT MASSICCIO Infatti, la carenza di infrastrutture (attrezzature portuali, mercati, aziende di trasformazione), altro annoso problema latente, impedisce una programmazione commerciale, oggi disorganizzata e frammentata, per cui alla fine il pescato non riesce ad essere assorbito dal mercato e viene svenduto ai grossisti, con ricavi irrisori. E il prodotto estero la fa da padrone: lo scorso anno la Puglia ha importato pesce per oltre 20 milioni, mentre l’export è stato di appena 2,5 milioni, con un saldo negativo pauroso. In conclusione, in un’economia globalizzata, non si possono applicare rigide regole interne, che non tengono conto nemmeno delle condizioni atmosferiche, se non si vuol fare morire la pesca (e i marittimi), lasciando spazio libero all’importazione dai Paesi esteri dove i costi del gasolio e della manodopera sono molto più bassi. Il tempo a disposizione è molto ridotto e il rischio di «cinesizzare» anche il mercato della pesca è molto alto. La Gazzetta del Mezzogiorno - 29.11.2005
Felice de Sanctis
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